BANCHIERI, COSI’ POTENTI DA SENTIRSI DIO

Oramai il mondo economico è totalmente in mano alla finanza. Come del resto il mondo politico. Non si parla più nemmeno di ingerenze. I banchieri fanno i politici e i politici aspirano a diventare banchieri. Benvenuti nel sistema della bancocrazia.

CEO carrousel – source http://www.eu-opengovernment.eu/?tag=lobbying-register

 

Jesse Eisinger era un reporter economico dell’organizzazione no profit “Pro Publica” che grazie alle sue inchieste su Wall Street si era aggiudicato il premio giornalistico più prestigioso del mondo: il Pulitzer.
In un’inchiesta pubblicata nel 2011, Eisinger scrisse: «Nessuno, a parte loro, ha informazioni su cosa le banche oggi abbiano in pancia. Di sicuro una quantità di derivati enormemente superiore a prima del 2008. Dei bilanci delle banche non ci si può fidare. Le banche buttano i nostri soldi e non hanno liquidità. E sanno che se va male c’è il salvataggio pubblico. Lo sanno perché, grazie alla politica, sono diventate troppo grandi per fallire. È anormale che i contribuenti debbano pagare per le banche. La politica potrebbe ancora rimediare. Ma non lo fa. Le banche possiedono Btp e quindi possiedono gli Stati», aggiungendo a proposito della Bce di Draghi: «Regalando i soldi a tasso zero alle banche abbiamo creato una bolla uguale a quella del 2007». E poi, sempre Eisinger a proposito dell’Italia: «Le banche italiane sono un disastro, perché utilizzano i clienti per smerciare le loro obbligazioni».
Sono troppi i conflitti d’interesse tra sistema finanziario e bancario e sistema politico. Alcuni esempi?
Sotto la presidenza Usa del democratico Bill Clinton ci furono tre ministri del Tesoro. A parte il primo, Lloyd Bentsen, che era un suo compagno di partito, i due successivi furono Robert Rubin, che aveva passato venti anni in Goldman Sachs, e Lawrence Summers, ex capo economista alla Banca mondiale. Poi venne il repubblicano George Bush e, con lui, l’ex amministratore delegato della multinazionale dell’alluminio Alcoa, Paul O’Neill, l’ex amministratore delegato della multinazionale dell’industria ferroviaria Csx, John Snow, e l’ex amministratore delegato di Goldman Sachs, Henry Paulson. Con il democratico Obama la musica non cambiò. Il suo primo ministro fu Timothy Geithner, presidente della Federal Reserve di New York, uno dei principali responsabili del crack finanziario del 2008. Durante il secondo mandato Obama, fu la volta dell’ex direttore operativo di Citigroup, Jack Lew.
Anche l’Italia intraprese la stessa strada degli Stati Uniti, anche se con un po’ di ritardo. Il primo fu Mario Monti, che prima di autonominarsi ministro dell’Economia era stato presidente europeo della Trilateral, membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg, international advisor di Goldman Sachs, senior advisor dell’agenzia di rating Moody’s (una di quelle che affondarono l’Italia nel 2011) e advisor della multinazionale Coca Cola. Dopo di lui ci fu Vittorio Grilli, l’ex direttore generale del Tesoro che aveva fatto finta di non vedere ciò che stava accadendo con l’operazione Antonveneta e che, dopo la sua esperienza di governo, fu nominato presidente del Corporate & Investment Bank per l’area Europa, Medio Oriente e Africa della banca d’affari statunitense JPMorgan. E ancora ci fu Fabrizio Saccomanni, il direttore della Banca d’Italia che non aveva fermato l’acquisizione di Antonveneta e si era girato dall’altra parte quando aveva saputo di Alexandria e Santorini.

E che dire dell’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso che, una volta lasciata la politica, ha avviato una collaborazione con Goldman Sachs, o dell’ex primo ministro laburista britannico Tony Blair, divenuto consulente di Jp Morgan, o ancora dell’ex Cancelliere socialdemocratico tedesco entrato come alto dirigente nella multinazionale russa del gas Gazprom?

Ha scritto il premio Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz: «Le banche d’affari si servono di consulenti come la massoneria si serve dei propri membri. I consulenti oliano gli ingranaggi della politica, avvicinano i politici che contano alle banche giuste e promuovono presso di loro politiche compiacenti a quelle indicate dalle banche».

Insomma, un andamento generale comune a tutto l’Occidente, definito dal premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman: «La politica delle porte girevoli». Uomini politici che sono assunti da grandi banche o da società finanziarie e viceversa, in un’osmosi continua tra controllati e controllori che impedisce, di fatto, il varo di norme che regolino un mondo finanziario oramai gestito in maniera autocratica e senza nessun controllo effettivo da parte delle istituzioni.

Stiglitz: «Può darsi che le norme nate nell’era della depressione fossero inappropriate per il Ventunesimo secolo, ma quello che bisognava fare era adattare il sistema normativo esistente alle nuove realtà (compreso il rischio maggiore legato ai derivati e alla cartolarizzazione) e non certo smantellarlo. La conseguenza più grave dell’abolizione del Glass-Steagall Act è stata indiretta. Quando con l’abrogazione è venuta meno la separazione tra banche d’investimento e banche commerciali, la cultura dell’investment banking ha preso il sopravvento. C’era una forte domanda di quel genere di rendimenti elevati, possibili solo con grandi rapporti di indebitamento e grandi rischi. C’è stata un’altra conseguenza. Un sistema bancario meno competitivo e più concentrato, dominato da banche sempre più grandi. Negli anni successivi all’approvazione del disegno di legge Gramm la quota di mercato delle cinque principali banche è passata dall’otto per cento al trenta per cento di oggi. Nel 2002 le grandi banche d’investimenti avevano un rapporto di indebitamento di ventinove a uno. Il che significava che una diminuzione del tre per cento del valore degli asset le avrebbe spazzate via. Il risultato è una dinamica malsana. Le grandi banche hanno un vantaggio competitivo sulle altre, che non si basa su una reale forza economica, bensì sulle distorsioni derivanti dalla garanzia implicita del governo. Nel tempo, il rischio è che il settore finanziario subisca distorsioni sempre maggiori».

E chi di finanza si occupa, che posizioni ha preso? Il finanziare Warren Buffet, che ha dichiarato che «i derivati sono un’arma di distruzione di massa», è una mosca bianca.
Ha scritto John Williamson, ideologo delle politiche di deregolamentazione finanziaria neoliberista: «I tempi peggiori (come le crisi economiche) danno luogo alle migliori opportunità per chi comprende la necessità di fondamentali riforme economiche». Aggiungendo: «Ci si dovrà chiedere se, concettualmente, potrebbe avere un senso pensare di provocare una crisi deliberatamente, in modo da spaventare tutti ad accettare questi cambiamenti».
E quando un giornalista ha chiesto a Lloyd Blankfein, amministratore delegato della Goldman Sachs, se fosse giusto imporre dei limiti ai compensi dei suoi top manager, il banchiere ha risposto: «Mettere un limite alla loro ambizione sarebbe sbagliato, perché i banchieri adempiono un compito fondamentale nella società: fanno il lavoro di Dio».

 

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