CARTOLINE DA FACEBOOK: SALUTI DI NUOVO ANNO

Stamattina ho dedicato una mezz’ora abbondante a leggermi una intera conversazione sotto un post raccoglifondi di Medici Senza Frontiere. Riassumo quello che ho visto come una sintesi di fine anno.

Le richieste di denaro per buone cause sono uno dei tanti trafficati e sensibili crocevia morali di Facebook.
Suscitano sentimenti positivi e partecipazione solo in chi già dona a quei soggetti e in quella maniera. Tutti gli altri manifestano un rifiuto molto sentito, e lo giustificano con vari argomenti: aiutiamo prima gli italiani (il prossimo in senso stretto), i soldi che dài se li mangiano per strada, le ONG sono covi di mezzi truffatori, fatevi furbi, no ai buonisti, ecc.
Il problema del dibattito è che al primo commento contrario si formano le fazioni e si scatena la classica escalation simmetrica. I pro si mettono subito in una posizione moralmente e culturalmente superiore, cosa che fa arrabbiare ancor di più i contro, anche i moderati. Poi il senso di superiorità viene riconosciuto subito come un classico connotato “di sinistra”, e questo introduce nel discorso altri inutili elementi di faziosità, e altra superficialità. L’oceano di parole online permette a chiunque di pescare almeno una fonte – anche infondata, vecchia, di quarta mano – a supporto della propria tesi, e di sentirsi legittimato alla pari con gli altri dai risultati di una rapida ricerca, senza riflettere o approfondire oltre. (Esempio: per dimostrare che il virus Ebola è solo una bugia di MSF per chiedere soldi a ufo, diversi hanno riportato la notizia di agosto che Ebola era stato sconfitto, senza curarsi della ripresa recente dell’epidemia.) Evidente anche l’effetto che hanno avuto gli scandali del settore, sia reali come quello dell’Oxfam, sia pur solo sospettati come quello dei salvataggi nel Mediterraneo: la reputazione di tutto il settore ne è stata corrosa, trasferendo altre energie al campo della diffidenza.


Ma è vero che i pro-donazione-a-MSF sono buoni e i contro sono cattivi?
È così semplice? Naturalmente no. A parte i casi di veri troll aggressivi e ignoranti – molto rari – i contro mi sembrano persone del tutto normali. Si capisce che ci sono fra loro persone che donano agli altri ma lo fanno in altre forme. E si capisce che spesso chi rifiuta non lo sta facendo per cattiveria, ma perché sta cercando di difendersi da qualcosa. Se insiste nella conversazione è perché deve continuare a difendersi, come i pro sentono di dover insistere a far propaganda al bene a modo loro.
Da cosa si difendono quelli che si difendono? Seguendo il lungo snodarsi della conversazione, si vede la discussione sulle ONG, il loro operato e i loro bilanci, intrecciarsi con quella sull’Africa, le sue risorse naturali, i peccati del colonialismo, e ancora con quella medica su Ebola, i virus fatti in laboratorio, le case farmaceutiche, ecc. La complessità degli argomenti coinvolti è spaventosa, ci vorrebbero mesi o anni per approfondire ogni singolo punto. Non a caso l’accusa più diffusa è “ignorante”, che regna su Facebook come nelle discussioni in TV. Questo è un problema assolutamente generale del nostro tempo: come ha detto Umberto Galimberti qualche anno fa, «ci stiamo estinguendo per incompetenza» perché le domande difficili o impossibili sono ormai troppe. Su Facebook il confronto con l’ignoranza sterminata di ciascuno di noi, nessuno escluso, è una situazione tipica, costante. E questo aggiunge uno specifico ulteriore sentimento di impotenza cognitiva alle altre molte impotenze attuali: quella economica del tenore di vita sprofondato, quella sociale del lavoro mancante, delle identità smarrite, del divario ricchi-poveri, dei figli che non si possono fare; quella politica, della casta che si perpetua senza vere alternative. Se ci mettiamo anche il senso di colpa costantemente sollecitato dalla questione ecologica e dalla notizia delle tragedie umane di un intero pianeta, otteniamo un multiforme sgomento diffuso: un sottofondo pericoloso, di quelli che nella storia hanno sempre portato a soluzioni disastrose.

Come verso le ONG, il grado di diffidenza generale non fa che crescere, facilmente aizzato, su questo sottofondo di variopinta angoscia, dalla maggior parte dei governanti attuali. È chiaro che solo una rivalutazione della pura e semplice relazione può salvarci dal disastro. Ma deve essere qualcosa di completamente diverso dal passato, di radicalmente anti-fazioso, e per questo decisamente staccato dalle vecchie etichette delle parti politiche. E poi servono come il pane i buoni esempi. Buoni esempi senza didascalie, buoni esempi che convincono in forza dell’azione, come un antidoto al veleno che rianima a un passo dalla morte.


Stefano Diana

Nato a Roma nel 1969 Stefano Diana è un autore, creativo e copywriter con una formazione scientifica. Direttore creativo, autore di testi musicali, grafico, progettista di UI/UX, consulente di marketing strategico, musicista, docente di comunicazione pubblicitaria e fenomenologia dei media, epistemologo, critico della cultura contemporanea in particolare nei suoi nessi con scienza, tecnologia, società, comunicazione. Ha pubblicato a fine 2016 il saggio Noi siamo incalcolabili. Ha scritto uno dei primissimi saggi italiani sulla sociologia dell’internet: W.C.Net. Mito e luoghi comuni di Internet. Ha tradotto dall’inglese Dave Barry in Cyberspace, pubblicato col titolo Ciberspazio per idioti (1999). Per l’installazione L’Albero dei Desideri (Stazione Termini 2006-7) ha disegnato l’Albero e scritto i testi del libretto distribuito da Grandi Stazioni in trentamila esemplari. Autore della visual poetry interattiva di Europèdia (Roma-Torino-Lecce, 2007), video installazione per i 50 anni dall’istituzione dell’Unione Europea. ao scritto e realizzato diverse campagne nazionali per il Ministero per le Pari Opportunità su temi sociali (violenza contro le donne, anoressia e bulimia, depressione, endometriosi, integrazione Rom e Sinti). Nel 2014 ha scritto e recitato al Salone del Libro di Torino due quadri dello spettacolo Cent’anni d’Europa dal 1914 ad oggi, sulla costruzione dell’Europa nel secondo dopoguerra e sull’attualità del sogno d’Europa. Dal 2000 pubblica un aperiodico, blog ante litteram, che si chiama lideolog.net, oggi affiancato da noisiamoincalcolabili.org e dalla omonima pagina Facebook.

Stefano Diana

Nato a Roma nel 1969 Stefano Diana è un autore, creativo e copywriter con una formazione scientifica. Direttore creativo, autore di testi musicali, grafico, progettista di UI/UX, consulente di marketing strategico, musicista, docente di comunicazione pubblicitaria e fenomenologia dei media, epistemologo, critico della cultura contemporanea in particolare nei suoi nessi con scienza, tecnologia, società, comunicazione. Ha pubblicato a fine 2016 il saggio Noi siamo incalcolabili. Ha scritto uno dei primissimi saggi italiani sulla sociologia dell’internet: W.C.Net. Mito e luoghi comuni di Internet. Ha tradotto dall’inglese Dave Barry in Cyberspace, pubblicato col titolo Ciberspazio per idioti (1999). Per l’installazione L’Albero dei Desideri (Stazione Termini 2006-7) ha disegnato l’Albero e scritto i testi del libretto distribuito da Grandi Stazioni in trentamila esemplari. Autore della visual poetry interattiva di Europèdia (Roma-Torino-Lecce, 2007), video installazione per i 50 anni dall’istituzione dell’Unione Europea. ao scritto e realizzato diverse campagne nazionali per il Ministero per le Pari Opportunità su temi sociali (violenza contro le donne, anoressia e bulimia, depressione, endometriosi, integrazione Rom e Sinti). Nel 2014 ha scritto e recitato al Salone del Libro di Torino due quadri dello spettacolo Cent’anni d’Europa dal 1914 ad oggi, sulla costruzione dell’Europa nel secondo dopoguerra e sull’attualità del sogno d’Europa. Dal 2000 pubblica un aperiodico, blog ante litteram, che si chiama lideolog.net, oggi affiancato da noisiamoincalcolabili.org e dalla omonima pagina Facebook.

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