G8 di Genova – Picchiato dalla Polizia mentre svolgevo il mio lavoro di reporter

I poliziotti che mi hanno mandato all’ospedale mi hanno manganellato mentre li stavo intervistando. «Domattina qui davanti troverai una distesa di cadaveri», mi dissero.

di Franco Fracassi

G8
Al termine dei due giorni di scontri tra i manifestanti non si sono solo contati oltre mille feriti, ma anche oltre cento intossicati, a causa dei lacrimogeni. Il tipo di lacrimogeno utilizzato a Genova (C4) è considerato arma chimica e vietato dalla convenzione di Ginevra. Alcuni dimostranti hanno perso oltre il settanta per cento della propria capacità polmonare.

 

Per un po’ rimasi immobile. «Che cosa devo fare?», chiesi al caporedattore.

«Non ti preoccupare. Abbiamo già mandato qualcuno a piazza Alimonda. Tu pensa a seguire il resto delle botte. Siamo totalmente scoperti su quello che sta succedendo con le tute bianche».

20 luglio 2001. Da una settimana mi trovavo a Genova. Da quella mattina aveva preso il via il G8. Da quella mattina migliaia di manifestanti provenienti da tutto il mondo cercavano di prendere d’assalto (per lo più pacificamente) le enormi barriere di metallo erette a protezione dei grandi della Terra. Da quella mattina era in corso una guerriglia urbana in quasi tutta la città, in alcuni casi molto simile a una mattanza di giovani, donne e anziani da parte delle forze dell’ordine.

Per un po’ rimasi immobile. «Che cosa devo fare?», chiesi al caporedattore.

Ero stato inviato a Genova dall’agenzia per cui lavoravo per raccontarla quella mattanza.

Feci ancora una volta quello che sapevo fare meglio: iniziai a correre. Sapevo che le tute bianche erano indietreggiate, anche di molto. Volevo entrare nella mischia. Vedere gli scontri da vicino. Capire che cosa stavano passando i manifestanti di via Tolemaide. Quella strada era un budello, quasi senza uscite. E così l’unico modo per poterlo fare era quello di aggirare il muro di polizia. Cominciai a correre lungo stradine laterali, con la speranza di risbucare da qualche parte in mezzo al corteo dei Disubbidienti.

Una decina di minuti dopo sbucai su corso Gastaldi (il prolungamento di via Tolemaide). Mi resi conto che i manifestanti avevano ceduto. Stavano battendo in ritirata molto più velocemente di quello che mi aspettassi. Non era sbucato tra i no global, ma dietro la polizia. E da lì non potevo vedere bene quello che stava accadendo. I cellulari e il fumo dei lacrimogeni mi oscuravano gran parte della vista della strada.

Ripiegai su un’intervista a un gruppo di poliziotti. Del resto, non credo che nella bolgia degli scontri qualcuno si era ancora sognato di intervistarne qualcuno, di chiedergli quali sentimenti provassero le forze dell’ordine in quei momenti.

Ne vidi tre appoggiati a un cellulare a poca distanza dall’ospedale San Martino. Mi fiondai. Il badge era bene in vista. Il taccuino in una mano, la penna nell’altra.

«Avete anche voi partecipato agli scontri?».

«Certo che lo abbiamo fatto. Che ti credi».

«È stata dura, eh? Mi sa che non vedete l’ora che finisca».

«E per quale motivo».

«Beh, per tutto questo casino. Per i feriti. E poi perché credo che a nessuno piaccia picchiare ed essere picchiati in questo modo. E poi perché siete poliziotti…».

«Ecco, appunto, siamo poliziotti. E allora scrivi, mio bel giornalistucolo. Scrivi!».

«Che cosa?».

«Scrivi che noi siamo poliziotti e loro sono bestie». Il dito indicava in direzione delle tute bianche. «Scrivi che era tanto che aspettavamo questo giorno. Scrivi che quello che hai visto è ancora nulla. Scrivi! Scrivi che finirà… Li vedi quelli laggiù? Tutti quelli? Quelle bestie di no global?». Il braccio teso sempre in direzione dei dimostranti. «Lì vedi quelli. Beh, domani non li vedrai più quelli! Domani vedrai una distesa di cadaveri! Li ammazzeremo tutti quei bastardi! Scrivi! Scrivilo al tuo cazzo di giornale!».

I troppi decibel delle urla del poliziotto mi stavano perforando i timpani. Se non fosse stato un poliziotto avrei pensato fosse sotto l’effetto di qualche eccitante. Che so, cocaina, droghe sintetiche, pillole.

G8
Oltre a essere stati picchiati, molti manifestanti sono stanti anche calpestati.

In quel momento passò a non più di dieci metri da noi una ragazza, avrà avuto sì e no diciott’anni. Vestito rosa, kefiah, macchina fotografica intorno al collo. Già, la macchina fotografica. La ragazza scattò una foto nella nostra direzione.

In un attimo i tre poliziotti le furono addosso. Uno la teneva per le braccia, un altro l’aveva afferrata per il bacino, il terzo cercava di portarle via la macchina fotografica, mentre in realtà la stava strozzando.

Non ci vidi più e mi lanciai in difesa della ragazza. L’afferrai per un braccio anch’io e cercai di sottrarla alle grinfie dei tre invasati.

«Se non molli la presa e non ti allontani prima che io abbia contato fino a tre ti picchiamo a te!».

In quelle situazioni non si pensa, si agisce. Così feci. E riuscii a liberare la ragazza.

Appena la allontanai dai tre con uno spintone sentii pronunciare «Tre!».

Il primo colpo mi provocò un dolore lancinante. Il manganello mi aveva preso la parte posteriore della coscia. Il mio corpo si afflosciò di botto. E fu la mia salvezza, perché la seconda manganellata mi sfiorò appena la testa. Me l’avrebbe certamente spaccata.

Il terzo colpo non venne diretto a me. La terza manganellata colpì in pieno cranio una ragazza (un’altra) che stava andando verso l’entrata dell’ospedale, passando a pochi passi dal mio pestaggio. Non aveva fatto nulla di male. La sua colpa era di essere capitata nei paraggi di tre schizzati con la divisa che avevano bisogno di pestare qualcuno.

G8
Il numero dei feriti è stato così alto che alcuni di loro sono restati stesi sull’asfalto per ore prima di poter essere soccorsi.

Il terzo colpo aprì il cranio della ragazza. Per l’ennesima volta mi sembrava di stare in un film. Io ero steso a terra e, come se fosse una scena al rallentatore, vidi la ragazza cadere rigida contro l’asfalto, come un obelisco che viene buttato giù. Il suo viso a pochi centimetri dal mio, gli occhi sgranati e il sangue che sgorgava dai capelli. Rimase così: rigida, occhi sbarrati, muta, immobile. Guardava nella mia direzione, ma aveva lo sguardo vuoto. Temevo fosse morta.

I poliziotti, soddisfatti si allontanarono di qualche metro. Ridevano!

Spostai la testa. L’entrata dell’ospedale era vicina. Dall’altra parte della strada un gruppo di infermieri ci stava osservando. Ci guardavano, ma non si muovevano. Credo avessero paura. Solo quando i poliziotti si furono allontanati, solo allora gli infermieri si avvicinarono.

La prima ad essere caricata sull’ambulanza fu, per ovvie ragioni, la ragazza. Mi tornarono a prendere dopo pochi minuti.

Il pronto soccorso del San Martino era affollatissimo. C’erano persone stese su barelle, altre sedute su sedie a rotelle, altre ancora su normali sedie, poi c’erano quelli che riuscivano a camminare. Io non facevo parte dell’ultimo gruppo.

Intorno a me solo uomini. Dopo un po’ mi resi conto che la maggior parte erano poliziotti.

In attesa di essere visitato decisi di chiamare la redazione. Una telefonata che ricordo ancora oggi con una nitidezza sconcertante. Ogni volta che ci penso riprovo le stesse sensazioni, gli stessi brividi, la stessa emozione.

Non ero in vena di convenevoli. Ero un fiume in piena. Appena mi risposero cominciai a parlare, a macchinetta. Raccontavo di quello che mi era successo, della ragazza con la testa spaccata, dell’intervista ai poliziotti invasati, di com’era il pronto soccorso, di chi ci stava. Urlai anche che i poliziotti che mi avevano ridotto così erano dei «bastardi!». Rischiai il linciaggio da parte degli agenti ricoverati come me al pronto soccorso.

A un certo punto del soliloquio non ressi più all’emozione e cominciai a piangere. Piangevo e parlavo. Non riuscivo a fermarmi.

Nel corso della mia carriera mi sono trovato tante volte in pericolo. Sono stato inviato di guerra. Ho assistito a scene raccapriccianti. Eppure, la giornata che avevo vissuto a Genova, in Italia, mi aveva sconvolto. Non ero preparato a un simile spettacolo. «Non è possibile! Sono tutti pazzi! Sono tutti impazziti!», continuavo ad urlare tra le lacrime. «Oggi qui è morta la libertà! Questo non è un Paese libero!».

Ci misi mezz’ora e molti scossoni da parte degli infermieri per ritornare in me. Quando mi visitò (dopo lastre e risonanza magnetica) il medico mi disse che avevo le fibre muscolari della coscia spappolate. Sarebbe stato meglio se fossi rimasto lì in ospedale.

Firmai per dimettermi e tornare fuori. La gamba mi faceva male, facevo fatica a camminare senza trascinarla, ma fuori c’era tanto da fare. C’era una guerra da raccontare.

Giuliani
Durante gli scontri del G8 è stato anche ucciso un ragazzo. Si chiamava Carlo Giuliani. Aveva ventitré anni. Prima gli ha sparato un carabiniere. Poi la jeep su cui viaggiava il militare è passata sul suo corpo per due volte. Infine, un ufficiale dell’Arma gli ha sfondato il cranio con una pietra.

L’agenzia mi aveva prenotato ben due stanze a Genova: una su una nave da crociera ancorata nel porto e un’altra in un albergo. Entrambe si trovavano all’interno della Zona Rossa. Per vivere le manifestazioni, però, avevo bisogno di un alloggio diverso. Attraverso una conoscente di Milano avevo trovato da dormire in un appartamento di Quarto. Dormivamo in dodici in tre stanze (io, il mio collega Andrea Testa e dieci ragazzi), con quattro letti in tutto, di cui due singoli. Si stava un po’ stretti, ma si stava anche nel posto giusto.

Quella sera, prima di addormentarci, parlammo di quello che era accaduto. Parlammo degli scontri e della morte di Giuliani. Eravamo tutti certi che il giorno dopo sarebbe stato peggio. Eravamo certi che il morto e gli infiniti pestaggi avrebbero lasciato tanta gente piena di rabbia. Eravamo certi che il giorno dopo sarebbe scoppiato il finimondo.

 

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