I complici del contagio

La natura ha erto due grandi protezioni dai virus: le foreste e i ghiacciai.
In una ricerca del dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin dell’Università La Sapienza c’è scritto: «Il 70% delle malattie infettive emergenti e quasi tutte le pandemie recenti, hanno origine negli animali selvatici, e la loro emergenza deriva da complesse interazioni tra animali selvatici e domestici e umani».
Sull’autorevole rivista scientifica “BiorXiv” si legge: «Il permafrost conserva anche molti virus, sepolti da millenni, sconosciuti e potenzialmente molto pericolosi per l’uomo. Un team di ricercatori statunitensi ha identificato 33 gruppi di virus, 28 dei quali sconosciuti e sepolti da millenni. Virus per i quali l’uomo che non ha gli anticorpi necessari per affrontarli».
E noi esseri umani che facciamo? Ogni anno cancelliamo dalla faccia della terra 160.000 chilometri quadrati di foresta, l’equivalente della superficie della Tunisia. Ogni anno si sciolgono definitivamente 335 miliardi di tonnellate di ghiaccio da ghiacciai.
Siamo noi, coi nostri comportamenti, coi nostri consumi, col nostro egoismo antropocentrico a invogliare i virus a diffondersi tra gli esseri umani.
Siamo noi ad aprire il vaso di Pandora sepolto in profondità sotto i ghiacci e nella giungla.
Certi virus sono endemici nelle popolazioni di animali selvatici, per i quali sono il corrispondente del nostro raffreddore. Il problema nasce quando vengono trasmessi all’uomo, con un passaggio diretto o magari tramite ospiti intermedi, come gli animali domestici e d’allevamento.
L’uomo abbatte gli alberi, riduce l’habitat degli animali portatori di virus. Lo fa per allargare le aree urbane. Lo fa per scavare miniere. Lo fa per allargare i pascoli degli allevamenti intensivi. Lo fa per allargare le aree coltivate.
Secondo uno studio realizzato dal colosso assicurativo Zurich, il 31% delle epidemie registrate negli ultimi due decenni sono dovute alla deforestazione.
L’incentivo alla loro distruzione proviene da grandi aziende internazionali di carne, soia, olio di palma, industrie agro-alimentari, colossi della bellezza, industrie di mobili, grandi imprese di distribuzione, industrie chimiche. Sono queste aziende che stanno creando la domanda internazionale che finanzia gli incendi e la deforestazione.
Trentasette istituzioni scientifiche di altrettanti Paesi di tutti i continenti stilano una classifica che analizza le principali 500 aziende colpevoli della deforestazione.
Le prime quindici sono:
1) l’indonesiana PT Astra International, per l’olio di palma
2) l’indonesiana Harita Group, per l’olio di palma
3) la svizzera Nestlé, per olio di palma, soia, allevamenti e carta
4) la giapponese Kao, per olio di palma e carta
5) la statunitense Mars, per olio di palma, soia, allevamenti e carta
6) la statunitense General Mills, per olio di palma, soia e carta
7) la statunitense Colgate-Palmolive, per olio di palma e carta
8) la francese L’Oreal, per olio di palma e carta
9) la lussemburghese Socfin, per l’olio di palma
10) la statunitense Kimberly-Clark, per la carta
11) la britannico-olandese Unilever, per olio di palma, soia, allevamenti e carta
12) la statunitense Kellogg, per olio di palma, soia e carta
13) la statunitense Procter and Gamble, per olio di palma e carta
14) la svizzera Precious Woods – legname (Svizzera)
15) la britannica Marks and Spencer, per olio di palma, soia, allevamenti, carta e legname
Poi, ci sono anche:
la francese Danone, per olio di palma, soia e carta
la statunitense Pepsi – olio di palma, soia e carta
la svedese Ikea, per olio di palma, carta, pelli e legname
la statunitense McDonald’s, per olio di palma, soia, allevamenti e carta
la francese Carrefour, per olio di palma, soia, allevamenti e carta
la statunitense Nike, per pelli e carta
la statunitense Amazon, per olio di palma, soia, allevamenti, carta, pelli e legname
Tra le 500 ci sono anche 5 aziende italiane:
la Ferrero, per olio di palma, soia e carta
Prada, per pelli e carta
la Natuzzi, per pelli, carta e legname
il Gruppo Veronesi, per soia e carta
il Gruppo Mastrotto, per pelli e carta.
Tutte queste aziende in qualche modo, indirettamente, inconsapevolmente, favoriscono l’arrivo di nuovi virus dai meandri delle giungle.
Se la trama fitta degli alberi costituisce la barriera naturale ai virus i pipistrelli, che vivono nelle foreste, sono i principali diffusori, gli untori.
Una ricerca dell’University of California ha rivelato che l’infezione virale nei pipistrelli porta a una risposta rapida del sistema immunitario, che spinge il virus fuori dalle cellule.
Questo meccanismo protegge l’animale, ma spinge anche il virus a riprodursi più rapidamente all’interno dell’ospite, prima che questo inizi a difendersi. Ciò rende i pipistrelli un serbatoio unico di virus in rapida riproduzione e altamente trasmissibili.
I pipistrelli sarebbero geneticamente predisposti a ospitare i virus.
Mentre i pipistrelli possono tollerare virus come questi, quando questi patogeni sono trasmessi ad animali privi di un sistema immunitario a risposta rapida, essi riescono a sopraffare rapidamente i nuovi ospiti, portando a tassi di mortalità elevati.
La loro particolarità è quella di essere gli unici mammiferi in grado di volare. Già alcune ricerche avevano dimostrato che il volo nei pipistrelli è associato a un tasso metabolico elevato che li aiuta a proteggersi dai virus.
Per una bizzarra coincidenza evolutiva, i pipistrelli possono contare su un sistema immunitario altamente efficiente, che blocca l’ingresso dei patogeni nelle cellule. Sono dunque portatori di un grande numero di virus, senza mostrare alcun sintomo dell’infezione, o al massimo solo pochi sintomi lievi, paragonabili a un nostro raffreddore.
Gli uomini, purtroppo, hanno un sistema immunitario molto diverso, molto più debole.
I ricercatori hanno notato che molti dei virus ospitati da pipistrelli infettano l’uomo dopo essere passati attraverso un altro animale che funge da intermediario. La Sars è passata attraverso gli zibetti, per l’Ebola invece gli intermediari sono stati gorilla e scimpanzé. L’Hendra ha attaccato i cavalli e Marburg le scimmie verdi africane. Il pangolino il Covid-19.
I pipistrelli costituiscono circa il 20% di tutte le specie di mammiferi e ce ne sono più di 1.200 tipi. Anche la durata della vita è straordinariamente lunga per un roditore, con alcuni individui che raggiungono addirittura i 40 anni. È una specie presente in tutti i continenti, e i singoli pipistrelli possono coprire volando anche lunghe distanze. E, soprattutto, vivono in colonie dense e affollate, condizione perfetta per la diffusione dei patogeni.
Un virus come il Covid ha anche un altro alleato, sempre creato da noi: l’inquinamento atmosferico.
Le università di Bologna e di Bari hanno scoperto che l’aria inquinata e in particolare le polveri sottili, favoriscono la virulenza di contagio da Covid-19.
Non a caso Brescia e Bergamo sono le province più duramente colpite, province che di fatto risultano tra le mediamente più inquinate d’Italia.
Di fatto le polveri sottili fungono da nuclei di trasporto per il virus, che proprio grazie a loro può fluttuare a più elevate concentrazioni nell’aria ma anche viaggiare a più lunghe distanze.
Più ci sono polveri sottili, più si creano autostrade per i contagi.
Il Covid si attacca (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane.
I ricercatori sostengono che le polveri sottili hanno un impatto equivalente a quello di tante strette di mano.
È tutto determinato da noi.
E le nostre abitudini scriteriate verso l’ambiente, come la deforestazione, produrranno pandemie nel prossimo futuro.
Le catastrofi naturali non esistono.
Esistono comportamenti scriteriati che provocano la conseguenza catastrofica di eventi naturali.
Frane, alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche, pandemie.
Rompendo equilibri naturali che esistono da decine di migliaia di anni stiamo scoperchiando un vaso di Pandora.


The Indygraf

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