Immagine di un massacro. Quando entrai per primo nella Diaz appena devastata dalla Polizia

 

Quella notte di luglio a Genova fui il primo a dare la notizia dell’assalto della Polizia alla Diaz. E fui anche il primo a entrare nella scuola subito dopo il massacro.

di Franco Fracassi

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Genova, 21 luglio 2001. Era ormai pomeriggio inoltrato quando mi allontanai insieme ad Andrea dal lungomare. Avevamo bisogno di capire che cosa stava accadendo nel resto della città. Dei Black Bloc avevamo perso le tracce da tempo. Dopo l’insensata esplosione di violenza iniziale i neri erano scomparsi. Da ore oramai il gioco si limitava a un massacro unilaterale da parte delle forze dell’ordine nei confronti di manifestanti inermi.

Il giorno prima aveva preso il via il G8. Dal giorno prima migliaia di manifestanti provenienti da tutto il mondo cercavano di prendere d’assalto (per lo più pacificamente) le enormi barriere di metallo erette a protezione dei grandi della Terra. Da quella mattina centinaia di migliaia di pacifisti, ecologisti, sindacalisti, contadini, studenti, operai, impiegati, intellettuali, anarchici, comunisti, cattolici, buddhisti, anziani, giovani, bambini, rivoluzionari o semplicemente arrabbiati, avevano riempito le strade di Genova per chiedere un mondo più a portata d’uomo, un futuro sostenibile. Dal giorno prima era in corso una guerriglia urbana in quasi tutta la città, in alcuni casi molto simile a una mattanza di giovani, donne e anziani da parte delle forze dell’ordine.

All’epoca lavoravo per un’agenzia di stampa ed ero stato inviato a Genova dall’agenzia per cui lavoravo per raccontarla quella mattanza.

Ci incamminammo per la collina. Girovagammo per un po’ tra strade che non conoscevamo. Cercando di tornare verso il centro. Cercando i Black Bloc. Cercando gli scontri veri, quelli tra gli scassatutto e le forze dell’ordine che per legge hanno il compito di fermarli.

Camminavamo da mezz’ora e dei neri non c’era traccia. Né di loro, né delle distruzioni da loro provocate, né di gruppi di forze dell’ordine. Quaranta minuti e ancora nulla. Lo stesso dopo cinquanta minuti.

Avevamo quasi perso la speranza, quando finalmente incontriamo un’auto bruciata. “Sono passati di qua”, disse Andrea.

«Ma in che direzione saranno andati?».

«Di là. Vedi laggiù? È tutto distrutto».

Ci incamminammo all’inseguimento dei neri. Era facile seguire la pista: il fumo, i vetri rotti, le carcasse bruciate. Camminavamo a passo spedito. Correre per me era troppo doloroso. La gamba lacerata dalla manganellata del giorno precedente faceva male. Sembravo uno sciancato. Mentre camminavo ci pensavo e mi veniva da ridere. Con una camminata del genere ero veramente poco credibile come reporter d’assalto.

Mi veniva da ridere anche pensando ai Black Bloc come versione moderna della favola di pollicino. «Per ritrovare la strada hanno bisogno di lasciare delle tracce del loro passaggio. Ecco perché distruggono tutto», pensai, sorridendo.

 

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La realtà era molto più triste. I neri lasciavano al loro passaggio famiglie senza più automobili, proprietari di piccoli negozi con centinaia se non migliaia di euro di danni, cabine telefoniche inservibili, cassonetti della spazzatura da sostituire perché divenuti inservibili. Insomma, ancora una volta i neri, che si fregiavano di lottare per i diritti degli oppressi, rendevano la vita più dura a persone e famiglie che di certo non facevano parte della categoria degli sfruttatori. In quei momenti pensai che gli sfruttatori, quelli veri, dovevano essere grati ai Black Bloc, rendevano molte persone più schiave del sistema perché impoverite e rendevano ancora più persone schiave perché impaurite.

«Eccoli!». Dietro una curva finalmente i neri. Li contai, come facevo sempre. Diciotto in tutto. Sparsi in un tratto di una cinquantina di metri di una strada residenziale. Ognuno intento a svolgere una mansione diversa. Chi bruciava un cassonetto, chi distruggeva un cestino dell’immondizia, chi prendeva a martellate i vetri di una Golf rossa, chi con un martelletto da geologo rompeva con assoluta meticolosità ogni componente di una cabina telefonica. Ognuno era un ingranaggio di un orologio di precisione. Davanti ai miei occhi i neri stavano mostrando tutta la militaresca organizzazione di cui erano capaci.

Due, tre minuti al massimo e quel tratto di strada di cinquanta metri era completamente distrutto. Efficienza, rapidità e precisione. Potrebbe essere il motto di un corpo speciale delle forze armate, invece era la realtà dei Black Bloc.

Finito con quel tratto di strada si passava al successivo. Non c’era bisogno di parlare, ognuno sapeva esattamente cosa fare e come farlo. Il gruppo si disperdeva e in quattro e quattr’otto un altro tratto di strada era consegnato alla storia e ai fotografi. Ci mancava solo un imbonitore, di quelli che annunciano l’arrivo del circo in città: «Signore e signori, ecco a voi i dimostranti cattivi! Ecco a voi il vero volto dei no global! Signori e signori, volete sapere perché le forze dell’ordine hanno caricato i cortei? Ecco il motivo! I no global sono venuti a Genova per distruggerla! I no global non sono per la democrazia, sono per la violenza!».

 

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La cosa buffa era che dopo quasi un’ora che seguivamo i neri delle forze dell’ordine non c’era traccia. Erano tutte altrove, impegnate a massacrare suore, anziani, bambini, pacifisti, ecologisti, sindacalisti, padri e madri di famiglia. Nessun poliziotto, carabiniere o finanziere si trovava anche solo nei paraggi di un nero devastatore.

Quando il Sole tramontò mi ero convinto oramai di una cosa. Due giorni di violenza pura, due giorni di devastazioni, due giorni appresso ai neri, due giorni ad osservare il comportamento di polizia e carabinieri mi avevano convinto che dietro al comportamento dei Black Bloc e delle forze dell’ordine ci fosse un piano preordinato. Troppe le coincidenze, troppe le stranezze, troppe le informazioni accumulate che portavano tutte nella stessa direzione per non pensare ciò.

Fu con questo pensiero che presi la strada di casa, quella in coabitazione con ragazzi e no global. Pensavo anche al fatto che le violenze del giorno prima erano impallidite di fronte a quelle perpetrate durante quel sabato. Era un miracolo non ci fosse stato un altro morto. Pensavo che se il venerdì era deceduto un ragazzo, per come era andato il sabato ne sarebbero potuti morire tre, cinque, perfino dieci.

Era con questi pensieri che ascoltavo la radio del taxi che mi portava a destinazione. «Non si capisce più nulla. Che cosa ci fanno qui i poliziotti? Stanno mettendo tutto a soqquadro. Siamo alla follia! E’ l’ultimo atto della follia! Sono in tanti. Stanno facendo irruzione. Rompono i computer, prendono gli hard disk. Ci perquisiscono, ci perquisiscono a tutti quanti. La sede del Genoa Social Forum è sott’assedio».

Chiesi immediatamente al taxi di tornare indietro, e di dirigersi verso la scuola Diaz, sede del Genoa Social Forum. Nel frattempo telefonai in redazione e dettai il titolo del lancio di allerta: «La polizia assalta la sede del Genoa Social Forum».

Per far passare il lancio d’agenzia mi toccò discutere con un caporedattore. «Sei sicuro? Hai verificato le tue fonti? Controlla di nuovo». Io controllai di nuovo, chiamai un contatto alla Diaz, che mi confermò tutto. Del resto, dopo quello a cui aveva assistito non mi stupivo più di nulla. Il lancio venne inviato in rete.

Stavo ancora sul taxi quando un altro caporedattore mi telefonò. «Come ti è saltato in mente di scrivere che la polizia assalta qualcosa! La polizia tutt’al più fa irruzione, ma non assalta!». Il caporedattore era imbestialito. Dovetti spiegare anche a lui quello che stava accadendo. Ma non voleva crederci. Era lo stesso della notizia della morte di Giuliani. E lo stesso anche di un altro episodio che mi era accaduto il giorno prima. Un poliziotto mi aveva puntato una pistola contro, e poi aveva sparato in aria. Anche in quel caso il caporedattore in questione non aveva voluto passare la notizia. Notizia identica che venne data qualche minuto dopo da un altro caporedattore che casualmente era stato presente alla stessa scena. In questo caso passò.

Da quello che mi veniva detto per telefono, mi stavo giocando il posto. Ovviamente il rischio c’era. Ma in alcun i casi va accettato. Ne ero certo, la polizia stava assaltando la scuola Diaz.

 

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In via Cesare Battisti c’era una gran confusione. Mi feci lasciare all’inizio della strada perché da un certo punto in poi era tutto intasato dai cellulari della polizia.

Mi fermai al centro della strada. La scuola Diaz è divisa in due. Da una lato della via c’è la Diaz Pascoli, sede del Genoa Social Forum, dall’altro la Diaz Pertini, che durante quei giorni era stata adibita a dormitorio. Entrambi gli edifici erano stati messi a disposizione dal Comune di Genova ai dimostranti no global. Era tutto regolare. Non c’era nulla di abusivo in quella situazione.

Il piano terra della Pascoli era stato organizzato con una capiente ufficio stampa, dotato di computer connessi a internet che si potevano usare gratuitamente. Il resto del piano c’erano le aule dove si svolgevano i dibattiti del Social Forum. La palestra fungeva da aula magna, da auditorium principale. Nei piani successivi c’erano sale riunioni, gli uffici del Genoa Legal Forum (gli avvocati che si avevano deciso di prestare il proprio patrocinio gratuitamente ai manifestanti), uffici dell’organizzazione del Gsf.

Mentre osservavo dalla strada mi resi conto che la Pertini era relativamente tranquilla (la gente esausta stava dormendo), mentre dalla porta principale della Pascoli c’era un gran via vai di poliziotti.

Mi fiondai nella Pascoli. Sbirciavo nelle stanze, passavo da un piano all’altro, giravo per i corridoi. La confusione era totale. In una stanza alcuni poliziotti stavano distruggendo a suon di manganellate dei computer. In un’altra pili di fogli erano stati buttati all’aria. Nei corridoi gli agenti intimidivano chiunque senza divisa gli si parasse davanti. Almeno un paio di volte alzarono minacciosi il manganello nella mia direzione. Non so perché oramai ero come anestetizzato al dolore, ma non me ne curai. Non ero più spaventato. Ero pronto ad accettare il dolore per l’ennesima volta come un fagotto inevitabile.

A un certo punto entrò nella scuola un qualche dirigente della polizia. Non saprei assolutamente dire chi fosse. All’epoca non conoscevo i loro nomi, né tanto meno i loro volti. Disse qualcosa all’orecchio di un suo sottoposto, e improvvisamente la situazione cambiò in peggio. Ai no global presenti nell’edificio venne ordinato di sedersi lungo i corridoi e di abbandonare tutte le aule della scuola. In alcuni casi i ragazzi e le ragazze venivano fatti sdraiare per terra a faccia in giù.

Per me era venuto il momento di squagliarmela. Uscii in fretta dall’edificio. Volevo vedere che cosa stava accadendo fuori, che cosa stava eventualmente succedendo nella scuola di fronte, e se ci fossero stati degli arrestati.

Fuori la confusione era aumentata. Il numero degli agenti era incalcolabile. Il cancello d’entrata alla Pertini era bloccato da un cordone di carabinieri in tenuta antisommossa, schierati a testuggine, con gli scudi a protezione della formazione.

Mostrare il badge da giornalista si rivelò una perdita di tempo. I carabinieri guardavano nel vuoto, non posavano mai lo sguardo su di me, come se fossi un fantasma. Non saprei dire se fosse senso di superiorità o profonda vergogna. Ma nell’ora successiva non riuscii a incrociare nemmeno una volta lo sguardo con uno di loro.

Intanto arrivavano sempre più curiosi, oltre che qualche parlamentare e alcuni dei dirigenti del Genoa Social Forum. La cagnara aumentò. Chi protestava, chi cercava spiegazioni in maniera pacata, chi urlava slogan contro le forze dell’ordine, chi gli ordini li dava a voce alta (i funzionari di polizia), chi chiacchierava animatamente in piccoli capannelli che si erano formati in vari punti della strada.

Ma a me tutto questo importava poco. La mia concentrazione era fissata sull’entrata della Pertini, dove si stavano ammassando decine di agenti, tutti dotati di manganello.

E in effetti, dopo qualche minuto, dal gruppo di poliziotti partirono urla disumane. Era cominciato il secondo assalto alla scuola, che si sarebbe in seguito rivelato devastante.

Di lì a poco da dentro la Pertini si levarono grida di dolore e altre di esaltazione. Dalle finestre dei piani superiori si intravedeva gente che fuggiva in tutte le direzioni. Dietro gli agenti con il manganello pronto a colpire. Ogni tanto una o due ombre ne afferravano un’altra e si capiva che per quest’ultima erano guai. Ancora una volta mi venne in mente la scena finale del film di Bava (“I demoni”). Era come stare a cinema a guardare un film dell’orrore. La differenza era che non c’erano pop corn da sgranocchiare o vicini di posto a cui aggrapparsi, e, soprattutto, era tutto più realistico del miglior film in 3D col dolby surround. L’orrore stava mostrando il suo lato più inquietante proprio davanti ai nostri occhi.

 

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«Assassini! Assassini! Bestie! Siete degli assassini!». Le urla intorno a me erano assordanti. Era passata più di mezz’ora da quando la prima barella era uscita dalla scuola. C’era una ragazza con il volto completamente ricoperto di sangue e gli occhi tumefatti. Da quel momento il susseguirsi delle barelle non era mai cessato.

Come al solito avevo cominciato a contare i feriti che uscivano dalla Diaz, ma la confusione, gli spintoni dei dimostranti imbufaliti e quelli dei carabinieri mi avevano fatto perdere il conto. Alla fine i feriti saranno ottantadue. Ma al momento mi sembravano semplicemente tanti, troppi.

«Assassini!». Questa volta il grido era avvolgente. Dal cancello stavano uscendo dei poliziotti intenti a trasportare un grande telo nero con dentro qualcosa di voluminoso e pesante. Il clima era diventato così teso che l’unico pensiero della folla era quello di un cadavere, l’ennesimo. Non importa se dentro quel telo nero c’erano martelli, mazze da muratore, aste di ferro e altra roba simile. La folla era convinta ci fosse un altro morto. Del resto, lo spettacolo intravisto attraverso le finestre della scuola e le urla avevano fatto trasparire una tale violenza che nessuno si sarebbe stupito se ci fossero stati dei morti.

Passarono pochi minuti e le urla sembrarono cessare, e con esse anche la processione di barelle. Il cordone dei carabinieri era sempre serrato. Ma io sapevo che prima o poi avrebbero dovuto abbandonare l’entrata. Non potevano restare lì tutta la notte. Stavo aspettando quel momento per entrare nella scuola e vedere con i miei occhi i resti del campo di battaglia. Mentre aspettavo quatto quatto mi avvicinavo al cancello. La mia era un’azione portata avanti con scientifica perseveranza.

Otto metri. Sei metri. Cinque metri. Tre metri. Mi mancava poco. In quel momento mi guardai intorno e incrociai il mio sguardo con la Black Bloc spagnola che mi aveva salvato il giorno prima. Per pochi istanti misi da parte il mio incunearmi e mi avvicinai a lei: «Che cosa ci fai qui?».

«Dentro la scuola dorme un mio amico».

«È un Black Bloc anche lui?».

«No. È solo un mio amico. E poi anch’io ho dormito qua dentro ieri notte. Ci sono alcune cose che devo recuperare».

«Stai bene? Hai avuto problemi con la polizia? Qualcuno ha cercato di fermarvi da quando ci siamo salutati?».

«No. I poliziotti hanno girato alla larga da noi». Ancora una volta si confermava quello che sospettavo dei neri.

«Hai passato guai per avermi fatto scappare?».

«Si sono arrabbiati. Ma poi avevano una città da distruggere e hanno dimenticato tutto».

I poliziotti erano usciti tutti dal cortile, che adesso era deserto, e dentro la scuola era tornato il silenzio. Tra i carabinieri e uno dei pilastri del cancello si era aperto un piccolo varco. Salutai la spagnola e mi infilai nel varco. Ero il primo a percorrere il cortile. E fui il primo ad entrare nella Diaz post mattanza. Un’occasione unica. Avevo la possibilità di vedere la scena incontaminata del delitto. Dai film polizieschi avevo imparato che solo una scena incontaminata poteva rivelare particolari fondamentali per la scoperta dell’assassino. Ovviamente in questo caso non c’erano assassini da scoprire, ma andavano comunque comprese molte cose: la scuola era un covo di terroristi, come spiegato dai portavoce della polizia nella bolgia dell’assalto? Dentro la scuola erano state nascoste le armi usate dai neri per desertificare Genova? Gli agenti avevano calcato troppo la mano sugli ospiti della Diaz, com’era apparso a noi spettatori dell’assalto?

Tutte domande che necessitavano una risposta. E l’unico modo per ottenerla era vedere con i miei occhi il luogo del delitto ancora incontaminato.

Corsi veloce per quanto la mia gamba sciancata dai manganelli della polizia mi permetteva e mi infilai, solo, nella Diaz.

Subito entrato c’era una grande sala (scoprii dopo che si trattava della palestra) con sparsi per terra decine di sacchi a pelo, oltre che vestiti e zaini. Mi avvicinai a un sacco a pelo: c’era del sangue raggrumato all’altezza della testa. Passai a un altro, stessa scena. Un altro ancora, e ancora un altro. Tutti con del sangue raggrumato all’altezza della testa. Capii che i ragazzi e le ragazze della Diaz erano stati sorpresi nel sonno.

Quanto sangue c’era in giro. Non solo nei sacchi a pelo, anche sul pavimento, e qua e là sui muri.

Mi girai verso l’entrata. Ero ancora solo. Però intravedevo alcune persone nel cortile che si stavano avvicinando. Dovevo fare in fretta se volevo proseguire a ispezionare la scena del delitto intonsa. Mi mossi verso il corridoio.

In corridoio sacchi a pelo non ce n’erano, né tanto meno oggetti personali. In compenso, c’erano alcuni rivoli di sangue, rappreso anch’esso. «Qui e in palestra sono stati i primi ad essere picchiati», pensai.

Andai oltre. Entrai in tutte le stanze e le aule, senza saltarne una. Salii a tutti i piani. Entrai in tutti i bagni e ripostigli. Insomma, feci una seria ispezione dell’edificio.

 

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Le cose che mi colpirono di più? Lungo tutti i corridoi c’erano rivoli di sangue per terra, e più si saliva di piano più quel sangue era fresco. Dal secondo piano in poi il sangue ancora scivolava sulle maioliche. Dai sacchi a pelo trovati in molte aule capii che gli ospiti della scuola dormivano un po’ ovunque. Dall’ordine trovato nelle stesse aule capii anche che oltre che dormire in quell’edificio non si faceva altro. Mi resi conto anche che di dimostranti scassatutto da quelle parti non ne erano transitati, visto che le stanze del preside, quelle di segreteria, la sala professori e l’archivio erano intonse così come, presumibilmente, gli occupanti abituali l’avevano lasciate prima di prestare la scuola al Genoa Social Forum. Nell’aula del preside trovai perfino le foto del dirigente scolastico con la sua famiglia poggiate in buon ordine sulla scrivania. No, di lì rompitutto non ne erano passati. Rimasi orripilato dai bagni. C’era sangue dappertutto. In particolare, mi rimasero impressi i segni insanguinati delle dita di una mano. Dalla striscia di sangue che partiva da quei segni capii che il ragazzo o la ragazza erano stati trascinati via a forza, facendoli strisciare. Come nei film dell’orrore. Rimasi esterrefatto nello scoprire gli stessi segni lungo le scale. Scoprii successivamente che appartenevano a una ragazza che era stata fatta scendere a faccia in giù per la scale trascinata per i capelli.

Quando ebbi finito l’ispezione ritornai al piano terra, già affollato di giornalisti e di curiosi. Avevo dettato tutto al collega pigro che era di turno in redazione (scoprii solo quando tornai in redazione che gli oltre venti minuti di dettatura di quello che ancora giudico un documento eccezionale vennero trasformati dal suddetto collega in: “Nella scuola è tutto sottosopra. C’è sangue sui pavimenti e sulle pareti di ogni piano”).

Mi avvicinai alla porta d’ingresso e presi aria. Ne avevo bisogno, dopo tutto quello che avevo visto. Erano le tre di notte ed ero esausto. Per me il G8 finiva lì. Il giorno dopo avrei fatto un po’ di sopralluoghi (tra cui uno alla Diaz) per verificare lo stato della città, e poi me ne sarei tornato a casa.

Non avrei mai immaginato che per alcune centinaia di persone l’incubo stava cominciando proprio quella notte. Non avrei mai immaginato che tutti gli orrori e le follie a cui avevo assistito in quei due giorni sarebbero impalliditi di fronte a quanto sarebbe successo dentro la caserma di Bolzaneto, in una vallata nell’entroterra genovese.

 

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