La Sanità pubblica cura anche il coronavirus

I terremoti ci sono. E continueranno a esserci. La gente non muore per colpa dei terremoti ma per colpa della cattiva politica, che non riesce a pianificare la costruzione di case e di città antisismiche.
I virus ci sono. E continueranno a esserci. La gente non muore per colpa dei virus ma per colpa della politica, che non è in grado di prevenire l’arrivo dell’epidemia (ignorando i segnali di pericolo, arrivati da più parti) e di approntare sistemi sanitari degni del secolo futuristico che stiamo vivendo.
Questo ragionamento vale per tutto il mondo. A maggior ragione vale per l’Italia.
La fondazione Gimbe favorisce la diffusione e l’applicazione della formazione scientifica legata alla salute, per garantirne la sostenibilità.
L’ultimo rapporto Gimbe sul nostro sistema sanitario è impietoso, come è impietoso nei confronti di chi (la politica) l’ha ridotto in questo stato.
L’Istat ci certifica che dal 2001 al 2019 la spesa sanitaria nazionale è passata da 71 miliardi e 300 milioni a 114 miliardi e 500 milioni. Un bell’incremento penserete voi. Invece no. La spesa dello Stato italiano per la Sanità è cresciuta molto meno dell’inflazione, diminuendo nei fatti del 40%. Solo negli ultimi 10 anni mancano 37 miliardi all’appello.
Dati Eurostat. Dal 2001 al 2019 il numero dei posti letto pro capite negli ospedali è calato del 30%, arrivando a 3,2 ogni 1.000 abitanti, mentre la media dell’Unione europea è vicina a 5 ogni 1.000 abitanti.
Si legge sul rapporto Gimbe: «Abbiamo sacrificato sull’altare dell’austerità fiscale la nostra capacità di garantire cure adeguate alla popolazione: venti anni di tagli alla spesa pubblica, dieci anni di rigida applicazione del dogma del pareggio di bilancio, hanno ridotto in macerie uno dei pilastri dello stato sociale del nostro Paese, il suo servizio sanitario, col pretesto della crisi dei conti, sotto il ricatto del debito pubblico».
Altri dati.
L’Italia ha destinato alla Sanità il 6,5% del Pil.
La Germania il 9,5%.
La Francia il 9,3%.
Il Regno Unito il 7,5%.
Se l’Italia investisse nella Salute quanto la Germania ne dovrebbe spendere 168 di miliardi l’anno.
E soprattutto, sostiene il rapporto Gimbe, «per riallineare il servizio sanitario nazionale a standard degli altri Paesi europei e offrire ai cittadini italiani un servizio sanitario di qualità, equo e universalistico sarà necessaria nel 2025 una spesa sanitaria di 230 miliardi».
I governi Berlusconi, Prodi, ancora Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte 1 hanno fatto sì che in vent’anni in Italia si chiudessero 165 ospedali, soprattutto quelli periferici, che si riducessero i posti letto (45.000 in meno), che si riducessero i posti di terapia intensiva (2.300 in meno), che si riducesse il personale medico (7.200 medici in meno), quello infermieristico (12.000 infermieri in meno), quello tecnico e quello amministrativo (150.000 occupati in meno), che si riducesse la prevenzione, che si riducesse la ricerca.
Oggi in Italia ci sono circa di 191.000 posti letto.
3,6 ogni 1.000 abitanti, contro i 5 della Francia e gli 8 della Germania, gli 8,1 della Russia, i 12,3 della Corea del Sud e i 13,1 del Giappone. Una miseria.
Peggio di noi si trovano solo la Spagna 3, gli Stati Uniti 2,8, il Regno Unito 2,5 e il Canada, sempre 2,5.
In Italia prima del coronavirus c’erano 5.090 posti in terapia intensiva. In Germania 30.000.
Infine, negli ultimi 20 anni c’è stato un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche dalla Sanità pubblica a quella privata.
Man mano che gli ospedali pubblici chiudevano ne venivano aperti di nuovi privati. Oggi la sanità privata rappresenta il 40% di quella complessiva.
Almeno fosse privata. Invece no. È privata, ma visto che la sanità pubblica si è ridotta e con essa la capacità del pubblico di assorbire tutta la richiesta (generando tra l’altro infinite liste d’attesa), sempre più persone si sono rivolte alle strutture private. Guarda un po’, pagate dallo Stato.
Tutto questo in nome dell’efficienza e del risparmio. Macché! Una prestazione privata costa allo Stato il 10% di più della stessa prestazione erogata da una struttura pubblica.
Il sito economico “lavoce.info”, dopo aver analizzato lo stato della sanità nazionale ha scritto: «La maggior parte dei privati accreditati, oltre alla riabilitazione, copre principalmente le discipline chirurgiche programmate. Dunque, possono apparire come soggetti marginali nel rispondere all’attuale epidemia».
42 miliardi di euro che ogni anno vengono sottratti agli ospedali pubblici per andare ad arricchire pochi imprenditori privati.
Tre nomi su tutti. Il gruppo Rotelli, proprietario del San Raffaele. Il gruppo Angelucci, proprietari di cliniche nel centro Italia, soprattutto nel Lazio. Il gruppo De Benedetti, proprietario di cliniche nel centro Italia, soprattutto nelle Marche.
Non solo costosi, anche inutili!
Poi ci sono i fondi sanitari integrativi. Il rapporto Gimbe è chiaro in proposito: «Aumentano le diseguaglianze e medicalizzano la società con prestazioni inappropriate che possono danneggiare la salute delle persone. Considerato che i fondi sanitari sono garantiti da una quota consistente di denaro pubblico sotto forma di spesa fiscale, e che buona parte di questa alimenta business privati, i fondi integrativi non sostengono affatto il sistema sanitario nazionale. Anzi, spianano la strada alla privatizzazione della sanità».
E visto che in Italia non ci facciamo mai mancare nulla, nel 2001 l’allora governo Amato, sotto la spinta della Lega, decise di riformare la Costituzione, affidando alle Regioni la potestà legislativa esclusiva su assistenza e organizzazione sanitaria, comprese le sperimentazioni gestionali e la costituzione delle aziende ospedaliere.
Il risultato? L’anarchia totale. Regioni con una sanità efficiente e altre con la sanità allo sbando.
Per non parlare delle richieste fatte oggi da Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia, che vorrebbero una totale autonomia dal governo centrale nella gestione della Sanità.
Una follia!
Sulle macerie della sanità nazionale è piombato un meteorite: il Covid-19.
Secondo le stime dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, l’Italia per far fronte all’emergenza epidemia dovrebbe possedere almeno 9.000 posti letto in terapia intensiva. Invece, come abbiamo visto, ce ne sono solo 5.000.
Le statistiche ci dicono che in terapia intensiva finiscono circa il 10% dei contagiati dal virus. Oltre che un altro 40% viene comunque ospedalizzato.
Considerato che il normale tasso di utilizzo della terapia intensiva è del 47,4%, il nostro sistema sanitario a metà febbraio era in grado di assorbire circa 2.700 malati gravi di coronavirus.
Da quel che risulta, al momento della realizzazione di questo video, i ricoverati in terapia intensiva per coronavirus sono 2.060. Meno di 700 alla saturazione. A questo ritmo, pochi giorni.
Per fortuna il governo e le Regioni si sono dati una mossa. E per la fine del mese il numero di posti di terapia intensiva dovrebbero aumentare di 1.210. Altrimenti…
Anche se, analizzando questi numeri, probabilmente sarà insufficiente lo stesso. Quindi, si arriverà al momento in cui i medici dovranno scegliere chi salvare e chi curare, e nessuno di noi potrà più permettersi di avere un attacco di cuore o di fare un incidente stradale.
La Lombardia è il perfetto esempio della distorsione del nostro sistema sanitario.
A differenza di ciò che si pensa, il Lombardia la spesa per la sanità pubblica corrisponde al 5,4%. Inferiore rispetto alla media italiana, quindi. 1.758 euro a testa, contro una media nazionale di 1.821 euro.
Di conseguenza, il sistema sanitario lombardo risulta insufficiente in 11 indicatori su 25. E oltre la metà delle aziende sanitarie e ospedaliere regionali sono insufficienti in oltre la metà degli indicatori.
E, nonostante lo storytelling del miglior sistema sanitario d’Italia, gli sprechi sono tanti, come dimostrano le cicliche inchieste con arresti che hanno costellato la storia della sanità lombarda da Roberto Formigoni in poi.
Naturalmente, se il lombardo in questione ha urgenza di sapere se è malato o meno, può sempre rivolgersi al privato, lì sì che i tempi sono brevissimi.
In Lombardia ci sono 30 ospedali pubblici e 31 privati, specialmente nelle province di Milano, Bergamo e Brescia.
Ma c’è chi sta peggio. La Sanità in Piemonte, in Sicilia, in Calabria, in Campania, nel Lazio, in Emilia-Romagna e in Abruzzo è molto più privatizzata che in Lombardia.
La Sanità privata è fatta per generare profitto. Analisi mediche, visite mediche specialistiche, sale operatorie, lungo degenze. Sono queste le cose che creano profitto in un ospedale. Non il pronto soccorso e la terapia intensiva.
Esattamente ciò che servirebbe, invece, per contrastare questa emergenza.
E così, quasi la metà (quella privata) degli ospedali che popolano la Lombardia sono fuori gioco. Inutili.
I 200 posti in terapia intensiva che la Regione Lombardia dovrebbe garantire da regolamento per le emergenze sono già spariti.
Provate a immaginare se lo tsunami del Covid-19 dovesse abbattersi sulla Sicilia, che ha un terzo dei posti di rianimazione della Lombardia. O sulla Calabria, che ne ha soli 107 in una regione totalmente montuosa, e quindi, con tempi di soccorso notevolmente allungati. E che dire degli 80 posti letto sardi. Più di 80 infetti gravi da coronavirus e gli ospedali sardi non potranno nemmeno avvalersi dell’aiuto di altre regione, essendo isolati dal resto del Paese.
Potrà sembrare un assurdo, ma la regione più virtuosa d’Italia è il Molise.
Insomma, la piaga del Covid-19 che si è abbattuta su di noi forse potrebbe portare a un solo buon risultato: farci ripensare il nostro sistema sanitario nazionale.
Farci smettere di pensare al modello sanitario lombardo come al migliore del pianeta. Certo, ha medici, infermieri e strutture di eccellenza, ma anche una distribuzione delle risorse a dir poco criminale. Cosa che avremmo dovuto capire da tempo, per la verità, vista l’enorme quantità di scandali per corruzione che l’hanno riguardata.
Farci mettere in salvo la sanità pubblica dalle grinfie dei politici regionali, riportandola sotto il ferreo controllo dello Stato.
Farci stabilire che la sanità privata se la pagano i privati con i loro soldi: tutta. E liberare i 42 miliardi di euro all’anno per riportare al centro la sanità pubblica.
Avere ospedali finalmente efficienti in tutta Italia.
Abbattere le liste d’attesa.
Rendere inutili le assicurazioni sanitarie.
Creare una sanità degna dell’emergenza coronavirus.
E magari a quel punto saranno coloro che si rivolgono oggi alla sanità privata a voler correre dagli ospedali pubblici per risolvere i loro malanni.


The Indygraf

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