La verità sui Fondi Europei della crisi Covid

A causa del Covid l’economia del pianeta intero quest’anno crollerà. Oltre il 6%. Non accadeva dal 1945.
Per darvi un termine di paragone, la terrificante crisi del 2008 portò a una contrazione del Pil mondiale dello 0,7%.
Solo nei Paesi occidentali, decine di milioni di persone perderanno il proprio lavoro. Altrettanti si ritroveranno nel poco invidiabile club dei poveri che vivono in Paesi ricchi.
Per sostenere l’economia e la società alcuni Paesi hanno deciso di stampare enormi somme di denaro e di immetterle nell’economia.
Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno varato un piano da 1.700 miliardi di euro.
Il governo britannico oltre 400 miliardi.
Quello russo ha addirittura messo in campo una pesante patrimoniale nei confronti dei più ricchi, costringendoli a pagare il conto ai più deboli.
Certo, lo sforzo messo in campo da ciascun Paese da solo non basterà. Perché il 35% del Pil dipende dalle esportazioni. E un altro 15% dal turismo. In altre parole, nessun Paese riuscirà realmente a ripartire senza una crescita complessiva del resto del mondo e una ripresa reale della gente a viaggiare. Due condizioni essenziali, che non dipendono da un singolo governo e nemmeno da una singola istituzione sovranazionale.
I Paesi della zona euro si trovano in una situazione molto particolare. Sono gli unici al mondo a non poter stampare denaro ma a dover per forza far ricorso a prestiti.
Ciascun Paese si è rivolto al mercato per irrorare la propria economia con grandi quantità di denaro, comunque non sufficienti per reggere l’urto devastante della crisi.
Poi c’è l’Europa…
Che non ha capito due questioni basilari, che rischieranno di farla restare al palo nel mondo del futuro.
Alcuni governi continuano a parlare al singolare, come se la ripresa del loro Paese non dipendesse da quella degli altri.
Il Covid ha funto da acceleratore del tempo sparandoci in un futuro sostenibile solo abbandonando la religione neoliberista che ha visto nell’Unione europea il suo campione mondiale. E abbandonare il neoliberismo vuol dire anche superare i Trattati, a partire da quello di Maastricht, che hanno reso l’Europa quella che è oggi.
Due enormi difetti che vengono corretti solo minimamente: sospendendo alcune delle assurde regole che stringevano un cappio intorno al collo di molte economie continentali (sospendendo non cancellando) e introducendo (seppur timidamente) il concetto di mutua solidarietà attraverso l’introduzione per la prima volta di un debito unico europeo.
Certo, la Banca centrale europea ha deciso di stampare 1.350 miliardi per evitare che i grandi fondi di investimento possano approfittare della situazione spolpando le economie più a rischio. Cercando di rimediare a una delle distorsioni di questa Europa. Ma quei soldi non serviranno per rilanciare le economie, ma solo proteggere (temporaneamente) gli sforzi di chi ci sta provando.
Poi c’è l’Unione europea nel suo complesso che, vorrei ricordare, è altro rispetto alla Bce.
Bruxelles ha messo in campo un totale di 1.290 miliardi suddivisi in quattro diversi strumenti:
il Mes o Fondo salva Stati.
Sure, un fondo per proteggere l’occupazione.
Bei, ovvero un fondo di garanzia bancaria per le imprese.
Recovery Fund, un complesso di finanziamenti, in parte a fondo perduto e in parte in prestito erogati grazie all’emissione di titoli di Stato europei.
Vediamo di che cosa si tratta.
Il Mes è stato ratificato nel marzo 2011. Concepito per finanziare Paesi sull’orlo del fallimento in cambio di riforme di stampo neoliberista tendenti a ridurre la presenza pubblica nell’economia, a ridurre le protezioni sociali per i più deboli, a favorire la finanziarizzazione dell’economia e a diminuire gli spazi democratici. Il tutto attraverso la supervisione di organi sovranazionali quali la Commissione europea, la Bce e il Fondo monetario internazionale. La cosiddetta Troika.
In seguito alla pandemia Covid il consiglio di amministrazione del Mes ha deciso di mettere a disposizione parte dei soldi che ha in dotazione dei singoli Paesi, da poter utilizzare esclusivamente per le spese sanitarie, dirette e indirette, entro il limite del 2% del Pil. Soldi erogabili in poche settimane dal momento della richiesta. Per l’Italia sarebbero poco meno di 37 miliardi. Soldi da prendere in prestito a tassi molto inferiori a quelli che il nostro Paese paga quando emette titoli di Stato.
Il cda del Mes e tutte le altre istituzioni europee hanno tenuto a ribadire più volte che si tratta di denaro in prestito senza nessun tipo di condizionalità. Senza tutte quelle regole e quelle condizioni capestro che vi ho illustrato prima.
Vero.
Ci sono tre però.
L’intero impianto del trattato istitutivo del Mes resta in piedi, e con esso l’articolo 13, che al comma 1 recita: «Bisogna valutare la sostenibilità del debito pubblico. Se opportuno e possibile, tale valutazione dovrà essere effettuata insieme al Fmi».
In altre parole, l’Italia al termine di quest’anno avrà un debito pubblico intorno al 170% del Pil. Sarà, quindi, un Paese con il debito a rischio. E se giudicato tale potrebbe comportare la decisione dell’arrivo della Troika. Una decisione prevista anche dal trattato Two Pack, oltre che dal Mes. Non sarebbe una decisione automatica ma possibile.
Secondo. Il debito con il Mes è di tipo «senior», va restituito prima degli altri.
Terzo. Ricorrere al Mes è un segnale che potrebbe essere percepito dai grandi fondi d’investimento che acquistano i debiti pubblici, compreso il nostro, come un segnale di fallimento del sistema Paese. Anche perché il Mes è stato creato proprio per questo, come ancora di salvezza per gli Stati in default. Segnale che potrebbe far salire lo spread e i tassi d’interesse del nostro debito.
Il fondo Sure, acronimo che sta per Sostegno per mitigare i rischi di disoccupazione in caso di emergenza. L’equivalente di una cassa integrazione europea.
Ogni Stato dovrà versare una quota in proporzione al proprio Pil fino a raggiungere la cifra complessiva di 25 miliardi. Somma che dovrà servire da garanzia per poter farsi prestare dai fondi d’investimento i 100 miliardi necessari per far esistere il fondo.
A quel punto, e solo a quel punto, Sure sarà operativo. All’Italia sono previsti 20 miliardi, che potranno essere utilizzati per coprire i finanziamenti che il nostro governo ha stanziato per la cassa integrazione e di conseguenza poter dirottare quei soldi su altre spese.
Ogni Stato che ne farà ricorso dovrà fornire garanzie alla Commissione europea. Garanzie che verranno definite solo al momento della richiesta.
Il Bei è un fondo europeo di prestiti alle imprese. All’Italia spettano 40 miliardi. Soldi che verranno erogati solo per finanziare progetti che riguardano innovazione, clima e infrastrutture.
Infine, c’è il Recovery Fund o Next Generation Eu.
Si tratta di soldi attinti direttamente dal bilancio pluriennale della Commissione europea.
750 miliardi in totale. All’Italia ne andrebbero 209. Di cui 82 a fondo perduto e 127 in prestito.
Denaro che verrà erogato solo dopo la presentazione del piano generale d’investimenti dal parte del singolo Paese, e la sua successiva approvazione da parte della Commissione europea. Inoltre, dovranno essere approvati anche i singoli progetti.
In altre parole, non arriverà un soldo prima di parecchi mesi.
750 miliardi in totale.
672 e mezzo sono destinati al Dispositivo per la ripresa e la resilienza. Soldi che saranno ripartiti tra sovvenzioni e prestiti e legati alla realizzazione di riforme. Quali? Rafforzamento del sistema sanitario, riforma della giustizia e della pubblica amministrazione, protezione per i lavoratori, liquidità alle imprese, attenzione al debito.
I restanti 77 miliardi e mezzo andranno divisi tra il fondo React Eu, destinato alla politica di coesione per far arrivare gli aiuti ai territori, alle Regioni, alle città e alle imprese, ai settori dal turismo alla cultura (operativo già quest’anno).
Un fondo a sostegno dei territori più in difficoltà nell’affrontare la transizione ecologica.
Un fondo agricolo per lo sviluppo rurale, in linea con il Green deal.
Un fondo per garantire prestiti bancari alle aziende sane prima della crisi.
Un nuovo programma europeo per la sanità.
Un piano per il rafforzamento della protezione civile europea.
Una dotazione aggiuntiva al fondo Horizon Europe, per sostenere la ricerca in Europa.
In realtà, all’inizio della trattativa tutti i fondi aggiuntivi rispetto al Dispositivo per la ripresa e la resilienza erano molto più corposi e in linea con le direttive rivolte alla transizione tecnologica e alla svolta ecologica stabilite dal parlamento europeo. Olanda, Danimarca, Finlandia, Austria, ma anche Ungheria, Polonia e Slovacchia hanno preteso che l’aiuto a Paesi come l’Italia lo si facesse a scapito proprio della transizione tecnologica e di quella ambientale. Cosa che ha fatto molto infuriare il parlamento.
Insomma, complessivamente l’Europa come istituzione e come somma di singoli Paesi mette in campo una cifra enormemente maggiore rispetto a chiunque altro nel mondo per la ripresa della sua economia. Ma lo fa in maniera vecchia, senza aver capito che cosa è accaduto. Senza aver capito che cosa ha provocato il Covid. Senza aver capito che il mondo post Covid sarà diverso. Senza aver capito che l’Europa se continuerà in questa direzione si schianterà.
I risultati saranno che:
rimarremo forse definitivamente al rimorchio di Cina e Stati Uniti per quanto riguarda la tecnologia;
continueremo a inquinare la Terra e a disboscarla, attirando verso di noi la prossima pandemia, il prossimo Covid di turno;
saremo sempre più schiavi della finanza e dei grandi fondi di investimento;
invece di allargare la democrazia continueremo a contrarla;
invece di aiutare i singoli Stati in difficoltà li metteremo in condizione di essere sotto perpetuo ricatto da parte dei fondi d’investimento;
invece di guardare finalmente alla persona, come si è fatto durante la pandemia, si riprenderà a guardare al capitale, al Pil, al debito, al profitto.
Insomma, all’Italia vengono offerti sul piatto oltre 300 miliardi dall’Europa.
Soldi che possono teoricamente rappresentare una problema. Ma anche l’unico cibo che abbiamo sotto mano dato lo stato delle cose.
A monte di tutto c’è un altro problema, però. L’Italia ha in mente una visione di futuro? Sappiamo come vogliamo essere nel 2030 o nel 2050? E se sì, sappiamo come si fa a diventare come ci immaginiamo vogliamo diventare? Sappiamo come spendere quei soldi? E sappiamo come cambiare lo stato delle cose?


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