L’intelligenza artificiale e la perdita di lavoro nella new economy

Oggi voglio parlarvi di Ross, Emma e Watson. Sono tre robot dotati di apprendimento approfondito, un tipo di macchina che ha una capacità illimitata di imparare, che impara dall’esperienza, come facciamo noi esseri umani.
Ross fa l’avvocato. Lavora già per grandi studi legali negli Usa e in giro per il mondo. Ross costa in un mese quanto costa un’ora di lavoro di un legale. È capace di analizzare milioni di sentenze in pochi minuti e di stabilire la strategia migliore per il suo cliente.
Emma fa la giornalista. Lavora per la più importante agenzia di stampa del mondo, l’Associated Press. I suoi articoli sono indistinguibili da quelli scritti dai giornalisti in carne e ossa. La sua rapidità, la sua capacità di scrivere decine, centinaia di articoli contemporaneamente rende il suo lavoro molto più economico e utile rispetto a quello di centinaia di reporter di medio-basso livello.
Watson è l’intelligenza artificiale sviluppata dall’Ibm per sostituire i medici e la diagnostica medica. Ha studiato e studia tutti gli articoli e gli studi medici del mondo, oltre che referti e cartelle cliniche.
Per fare cosa? Watson in dieci minuti ha studiato venti milioni di studi scientifici e cartelle cliniche per salvare una donna giapponese malata di leucemia.
I robot non fanno pausa, non mangiano, non vanno al bagno, non si ammalano, non scioperano, costano pochissimo, lavorano sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro.
Oggi quasi ogni settore di lavoro si può computerizzare. Specialmente quelli ripetitivi, come in fabbrica o negli uffici.
Un economista di Oxford ha studiato a fondo l’interazione tra robot e futuro del lavoro. Ha scoperto che il 47% dei posti di lavoro rischia di essere spazzata via dall’automazione. Cinque milioni di posti di lavoro sostituiti dall’intelligenza artificiale nelle prime quindici economie del mondo.
Quando bisogna far digerire la pillola del progresso tecnologico si cita sempre il mantra dei posti di lavoro creati dalle nuove professioni. Negli Usa nella new economy lavora lo 0,5% della forza lavoro.
America, Australia, Europa sono le aree in cui l’ottanta per cento delle persone è impiegata nei servizi. Sono lavori basati sul guardare, ascoltare, leggere. Esattamente quello che i computer oggi hanno imparato a fare.
Ma tutte le rivoluzioni industriali hanno macinato vittime e sfruttati. Ci sono voluti duecento anni di lotte sociali e politiche per raddrizzare la barra e dare forza e dignità al lavoro.
Nella rivoluzione industriale, però, il motore aveva sostituito il lavoro manuale. Noi uomini non dovevamo più tessere a mano o tirare l’aratro. Ma avevamo ancora i nostri cervelli. Adesso il computer sostituisce occhi, orecchie, voce e interpretazioni.
Dopo la seconda guerra mondiale nei Paesi industrializzati il Pil, il reddito pro capite medio e il numero di posti di lavoro crescevano parallelamente. Negli ultimi anni la produttività delle imprese e i loro fatturati hanno continuato ad aumentare grazie alla tecnologia, mentre il reddito medio si è fermato e il numero di posti di lavoro sta diminuendo.
La General Motors impiegava trecentocinquantamila dipendenti e aveva una capitalizzazione di Borsa di cinquanta miliardi di dollari. Twitter con una capitalizzazione di Borsa di oltre trenta miliardi ne occupa tremila trecento. Un centesimo.
Kodak impiegava centoquarantamila persone, Instagram quando è stata comprata da Facebook per un miliardo di dollari impiegava tredici persone.
Il problema non è quanto lavoro creano queste aziende, bisogna calcolare quanto ne distruggono. L’importante è il saldo. Non esiste un economista al mondo che sostenga che il saldo di queste aziende digitali sarà positivo rispetto ai lavori distrutti. Ci sarà crescita senza lavoro.
L’economia digitale crea ricchezza ma a differenza di prima il vincitore prende tutto.


The Indygraf

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