Nemmeno Kafka sarebbe stato in grado di inventarsi Equitalia

Cartelle con cifre assurde, spesso inventate. Accanimento sui più deboli. E poi, quando si cerca di sanare la propria posizione ci si scontra contro una burocrazia ottusa, incapace, disumana e surreale. Così surreale che forse solo una risata collettiva potrebbe seppellire Equitalia…

di Franco Fracassi

Partiamo da un dato di fatto, Equitalia esiste ancora. Dal primo luglio si chiama Agenzia delle entrate e delle riscossioni. Ma le agenzie dove bisogna recarsi per interagire con i suoi funzionari sono le stesse, il personale è lo stesso, il fare ottuso dei dipendenti è lo stesso, le richieste di cifre assurde sono le stesse. Una sola cosa è cambiata davvero. Oggi Equitalia è in grado di sequestrarti direttamente i soldi dal tuo conto in banca, senza nemmeno avere bisogno dell’autorizzazione di un giudice.

Ma la storia che voglio raccontarvi non ha come soggetto Equitalia, bensì il normale cittadino che ha a che fare con Equitalia. Ogni volta che ci ripenso mi viene da ridere. Perché una storia del genere di solito funziona benissimo all’interno di un film comico. La tragedia è che si tratta di realtà. La nostra realtà.

L’anno scorso ricevo una cartella da Equitalia di 1.600 euro. Sono tante. Riguardano quattro multe per un totale di 400 euro che hanno triplicato il proprio valore in pochi anni, come accade con i cravattari. Le rateizzo e inizio a pagarle. Una, due, tre, quattro, fino a sette. Erano dodici in tutto. Ma poi vengo a sapere che il governo Renzi ha deciso di liquidare Equitalia e di permettere a tutti di rottamare le proprie cartelle, risparmiando così ai cittadini che aderissero all’iniziativa di pagare una parte del debito usuraio.

Decido di aderire all’iniziativa. Mi mancano cinque rate. Poco più di 500 euro. Penso, mi ritroverò a pagare meno di 400 euro. È comunque un risparmio.

Mentre attendo la risposta da Equitalia mi arriva un’altra busta. Questa volta la richiesta è di 19.000 euro. Dopo un primo sconcerto mi rendo conto che per la metà si tratta di multe risalenti agli anni Novanta. La cifra più consistente, però, riguarda il pagamento dell’Irpef di quando ero dipendente diversi lustri fa di una redazione. In altre parole, scopro che il mio datore di lavoro non mi aveva versato le tasse. E anni e anni dopo Equitalia invece di chiederle a chi le avrebbe dovute versare le chiede a me.

Mi rivolgo a un avvocato specializzato. Stralcia dalla mia posizione tutte le multe (annullate in seguito da un giudice di pace) ma l’Irpef no. Quello sono costretto a pagarlo. Decido di rottamarlo.

Mentre attendo che arrivi luglio, con il suo bagaglio di bollettini delle rate della rottamazione da pagare, scopro che nei primi quattro mesi di quest’anno a quasi tutte le persone che conosco sono state recapitate cartelle con migliaia di euro da versare a Equitalia. Ho la sensazione che visto che è in programna la rottamazione sia arrivata una direttiva dai vertici della società di riscossione per provarci con più persone possibili, sapendo bene che la maggior parte delle richieste erano assurde. ma tanto c’è sempre chi paga perché non ha tempo, non vuole rogne o è troppo ligio per contestare una cartella esattoriale.

Arriva luglio e arriva una lettera. Dentro i bollettini per la rottamazione della cartella di cui avevo già pagato le rate. Per l’altra rottamazione devo recarmi direttamente all’ufficio di Equitalia. Ed ecco la prima sorpresa. Invece di pagare 400 euro o meno, nella lettera c’è scritto che avrei dovuto versare 800 euro e visto che ho rottamato ne dovrò versare cinquecento e rotti. Insomma, ho rottamato per pagare di più. Ma non è tutto. Dentro ci sono anche i bollettini per pagare quattro rate della vecchia richiesta. Le rate 13, 14, 15 e 16. La vecchia richiesta era di dodici rate, ma visto che ne ho pagate sette e le altre le ho rottamate ne pago altre quattro più una rottamazione al rialzo.

Quando arrivo all’agenzia Equitalia della mia zona è tutto uguale a prima della liquidazione della società. Stesso posto, stesso arredamento, stessi impiegati. Solo la fila è più lunga. Un’ora e un quarto solo per prendere il numeretto. L’impiegato mi spiega che per contestare la rottamazione farlocca mi serve la lettera D e per farmi dare i bollettini di quella dell’Irpef la lettera V. Per fortuna mi sono portato un libro, perché l’attesa per la V è di due ore e dieci minuti. Nel frattempo la D si è mossa di un solo numero.

Quando arrivo allo sportello l’impiegato mi spiega, con l’aiuto di una sua superiora (non capisco perché debbano essere in due, vizio che avevano anche quando esisteva Equitalia), che la mia richiesta di rottamazione non è stata accettata perché mancava un documento. Sconcertato gli chiedo quale. Spariscono entrambi. Si ripresentano dopo una decina di minuti (entrambi) e mi dicono che il documento dell’avvocato non è valido. Guardo la fotocopia. Si tratta della tessera dell’ordine degli avvocati che, come tutte le tessere degli ordini, ha validità di riconoscimento tanto da poterci votare. Ma loro mi dicono che quella tessera vale dappertutto ma non a Equitalia.

Dico agli impiegati che chiamo l’avvocato per risolvere la faccenda. Non appena l’avvocato mi risponde i due si alzano ed escono dal gabbiotto. Ma come! Telefono all’avvocato per farlo parlare con loro, con il loro consenso, e loro se ne vanno? L’avvocato è allibito. Mi dice: «Ho fatto cinquecento richieste di rottamazione, tutte con la stessa tessera dell’ordine, e sono state tutte accettate».

Non appena attacco il telefono riappare la coppia. Sembra che l’abbiano fatto apposta. Comunque, gli spiego cosa ha detto l’avvocato. Mi rispondono che forse potrebbe riaprirsi la pratica. Ma lo deve fare il direttore e solo dopo che ho parlato con l’impiegato della lettera D. «Ma non siete collegati in rete? Non potete guardare sul computer?». Risata di entrambi, come se fossi un povero pazzo o, peggio ancora, ingenuo. «Le nostre mansioni sono compartimentate. Che crede che adesso ci mettiamo a fare tutto?». «Ma visto che ci sono mi guardate anche quest’altra pratica?». Quella della truffaldina. «Per questa ci vuole la lettera I». Ma non era la D. Non importa.

Torno dove si distribuiscono i numeretti. Altra fila di quasi mezz’ora. Nel frattempo la lettera D non è avanzata di un numero. E scopro che in fila con me ci sono diverse persone che sono lì per protestare per il fatto che la D è praticamente inoperosa. Un numero in tre ore! L’impiegato prende a cuore la protesta e sparisce dietro gli uffici. Torna dopo dieci minuti. «Ho rintracciato l’impiegato del D. Adesso è tornato a lavorare allo sportello». Perché, fino a quel momento che cosa aveva fatto?

Quando è il mio turno, l’impiegato che mi aveva già fornito le lettere V e D gentilmente si scusa del disagio (almeno qualcuno di umano). Ma mi dice: «La lettera I non c’è più. Domani. Ma vedrà che alla lettera D sapranno risolvergli entrambi i problemi». Sarà.

Altri quaranta minuti di attesa. Quando spiego il mio caso del tesserino non accettato l’impiegato squote la testa. «Non posso farci nulla». A quel punto lo sforzo per mantenere sorriso e gentilezza è enorme. Vedo a una scrivania dietro lo sportello la donna che faceva coppia nello sportello precedente, il V, e la indico: «Veramente è stata la sua collega laggiù a dirmi di venire da lei. Perché solo lei avrebbe potuto aiutarmi a far ripartire la pratica». Sconcerto dell’impiegato. Sembra offeso. Insisto. A quel punto, invece di accedere al computer o parlare col direttore, si alza e va a parlare con l’impiegata che gli avevo indicato, a cui si avvicina l’impiegato della lettera V (chissà perché quei due fanno sempre coppia). Una discussione a tre che dura quasi dieci minuti. Poi il coinvolgimento del direttore. Al suo ritorno l’impiegato del D mi dice, con molto poco entusiasmo: «Ha vinto. La sua pratica verrà riaperta. Torni la prossima settimana per vedere se hanno iniziato la lavorazione».

Dunque, la prossima settimana è oltre metà luglio. La prima rata della rottamazione è da pagare, pena annullamento della rottamazione, entro il 31 luglio. «Quando vengo la prossima settimana posso ritirare i bollettini?». «Le ho detto che potrà controllare se è stata avviata la lavorazione». «E i bollettini?». «Li riceverà a casa». «Ma c’è il rischio che non arrivino entro il 31». «Vorrà dire che pagherà ad agosto». «Ma come ad agosto! Bisogna pagare entro il 31 luglio!». «In quel caso sarà troppo tardi per pagare». «E quindi?». «Faccia lei».

Il mio sforzo per non saltare dentro il gabbiotto e strozzare l’impiegato è massimo. Continuo a sorridere. Nel frattempo dietro di me, tra la folla in attesa, si sente qualcuno dire: «Guarda che quello è lo stesso che l’altro giorno mi ha rimandato a casa perché nella documentazione c’era la fotocopia del mio passaporto mentre qui mi ero presentato con la carta d’identità». Sento risate. Li posso capire. Riderei anch’io se non fossi il protagonista di questo incubo.

«Poi ci sarebbe la questione di quest’altra rottamazione…». «Guardi, la stoppo subito. Noi ci occupiamo di una cartella per volta. Torni a prendere un numeretto e si metta in fila». Ma i numeretti li hanno finiti». «Allora torni domani». Mi balla quasi l’occhio per il nervoso. Ma continuo a sorridere. «Mi faccia capire. Dovrei tornare un giorno per risolvere i problemi di questa cartella folle. Un secondo giorno solo per verificare la pratica di quest’altra cartella sia stata avviata. E un terzo giorno per ritirare i bollettini di questa seconda pratica. Ho detto bene?». «È sveglio. Capisce al volo».

Nella mia mente mi sogno di passare con un bulldozzer sul gabbiotto di questo indolente, irritante, impiegato. Invece, mi dirigo verso l’ufficio informazioni, quello dove ho già fatto due file per il numeretto. Trovo lo stesso, umano, impiegato. «A che ora devo venire per non passare un’intera giornata qua dentro?». «Verso le 7». «Ma l’agenzia non apre alle 8.15?». «Certo. A quell’ora è chiusa. Ma se viene alle 7 troverà solo una cinquantina di persone davanti a lei. Magari per le 10 riuscirà a uscire di qui».

Quattro ore e mezzo dopo esco da Equitalia e non ho risolto nulla.

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