Perché la Lombardia ha fatto crash

Per andare da Desenzano del Garda a Peschiera del Garda bisogna percorrere 13 chilometri. Poco più di 10 minuti in automobile.
Desenzano è in Lombardia. Peschiera in Veneto.
Passare dalla provincia di Brescia a quella di Verona è un soffio. Un essere umano non se ne accorgerebbe. Figurarsi un virus.
Eppure il Covid nel bresciano si è portato via 2.421 persone. Nel veronese 403. Un sesto.
Il 20 di febbraio il coronavirus appare in Lombardia. Il 20 febbraio il coronavirus appare in Veneto.
Codogno viene dichiarato zona rossa. Vo Euganeo viene dichiarato zona rossa.
Codogno era una zona rossa molto più significativa? Brescia dista circa 90 chilometri. Verona 120. Poca differenza per un virus che viaggia tra continenti.
Perché la Lombardia è stata martoriata e il Veneto no?
La Lombardia è più ricca del Veneto. Però, gli indicatori di benessere, compresa la salute sono praticamente identici nelle due regioni, così come l’età media e l’aspettativa di vita.
Le due regioni hanno aeroporti internazionali, sono fortemente coinvolte nel commercio internazionale e sono destinazioni turistiche, e quindi hanno probabilmente rischi simili di esposizione ad agenti patogeni importati.
Il numero di terapie intensive è lo stesso. Ovviamente, in proporzione alla popolazione. Come la spesa sanitaria pro capite.
A questo punto iniziano le differenze. E riguardano la sanità pubblica.
In Lombardia c’è il doppio di sanità privata rispetto al Veneto.
In Lombardia ci sono tre laboratori di sanità pubblica (circa 1 ogni 3 milioni di abitanti) mentre in Veneto sono 10 (circa 1 ogni 500.000 abitanti). In Lombardia ci sono 8 dipartimenti di prevenzione sanitaria pubblica (1 ogni milione e 200.000) contro i 9 del Veneto (1 ogni 500.000 abitanti).
L’assistenza domiciliare è molto più diffusa in Veneto.
Diverso anche l’approccio al contenimento della pandemia.
In Lombardia è stato tutto incentrato sul paziente.
I medici, le cliniche ambulatoriali e i pronto soccorso sono stati in prima linea per tutto il tempo. In assenza di altre opzioni, i pazienti sono stati inviati in ospedale, sovraccaricando le risorse umane e i letti esistenti, diluendo inevitabilmente la qualità delle cure.
Sono stati identificati centri COVID-19 dedicati, ma a causa dell’enorme numero di casi, la segregazione degli ospedali si è rivelata impossibile. I centri di convalescenza per coloro che non avevano bisogno di cure acute, ma che avevano bisogno di un monitoraggio continuo non erano disponibili fino a settimane dopo l’inizio dell’epidemia.
In Veneto si è affrontato tutto a livello di comunità.
Le autorità sanitarie del Veneto hanno individuato ospedali e convalescenziari destinati a occuparsi dei casi di COVID-19, hanno raddoppiato la capacità di terapia intensiva della regione e hanno ottenuto un numero adeguato di ventilatori. Hanno gradualmente trasferito i pazienti non COVID-19 dagli ospedali riservati all’epidemia verso gli ospedali di comunità più piccoli, riservati ai pazienti non positivi.
L’autorità sanitaria regionale ha attuato una strategia articolata sul territorio.
Un’ampia tracciatura dei contatti. Test rapidi dei casi e della rete estesa dei contatti. Quarantena e isolamento supervisionati. Minimizzazione dei contatti tra operatori sanitari e il pubblico. Sistemi informatici per una comunicazione rapida sulla diagnosi e la gestione dei casi, oltre che per il monitoraggio della disponibilità dei letti.
E ancora.
Quando il governo ha avvertito le Regioni di tenersi pronte e attrezzarsi perché stava arrivando il Covid, il Veneto si è subito dato da fare per rifornirsi di tamponi e affidarsi a un sistema di analisi aperto, con reagenti che potevano essere comprati sul mercato senza problemi.
La Lombardia non ha fatto nulla. È stata immobile. Per poi affidarsi a una multinazionale per i tamponi. Risultato. Le macchine di analisi funzionavano solo con i reagenti della suddetta multinazionale. E quando la pandemia si è sviluppata in tutto il mondo la multinazionale ha detto: cara Lombardia, adesso ti metti in coda.
In Veneto la prevalente sanità pubblica si è messa subito tutta a lavorare come un sol uomo. In Lombardia solo a fine marzo, con la diffusione del virus al picco, e solo dietro pressioni (pagate bene) della Regione, la sanità privata ha iniziato a dare concretamente una mano.
Aggiungiamo altro?
A differenza di Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, la Lombardia si è rifiutata di isolare come zona rossa la Val Seriana. Poi dimostratasi come centro del contagio più devastante e mortale del pianeta intero.
A un certo punto la Regione Lombardia ha deciso di spostare persone infette nelle case di cura, dove si trovavano i soggetti più indifesi dagli attacchi del Covid: gli anziani.
Risultato: una strage da oltre 5.000 morti.
Non contenta. La Regione Lombardia ha ordinato alle case per anziani di non far ricoverare in ospedale gli anziani sopra i 75 anni. In altre parole, una condanna a morte.
Le due Regioni sono partite alla pari.
Alla fine la Lombardia ha avuto 10 volte i morti del Veneto, con un tasso di mortalità 4 volte superiore.
Ha ricoverato in ospedale il doppio dei casi. In proporzione.
Ha messo in isolamento domiciliare la metà dei positivi. Sempre in proporzione.
Ha avuto il triplo del personale sanitario infettato.
I medici morti in Lombardia sono stati 17. In Veneto 0.
Ha eseguito e continua a eseguire un quarto dei test del Veneto.
Adesso, alla luce di quanto elencato, ditemi voi se gli oltre 15.000 morti non sono dovuti in buona parte a una responsabilità politica di chi governa la Regione Lombardia.
E tanto per non farci mancare nulla, il più autorevole centro studi sulla sanità italiana, la Fondazione Gimbe, nella figura del suo presidente Nino Cartabellotta ha fatto sapere giovedì 28 maggio: «C’è il ragionevole sospetto che la Lombardia aggiusti i dati per timore di nuovi stop, anche perché in Lombardia si sono verificate troppe stranezze sui dati nel corso di questi tre mesi: soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti andando ad alimentare il cosiddetto silos dei guariti; alternanze e ritardi nella comunicazione dei dati, cosa che poteva essere giustificata nella fase dell’emergenza, quando c’erano moltissimi casi, ma molto meno ora, eppure i riconteggi sono molto più frequenti in questa fase 2. È come se ci fosse una sorta di necessità di mantenere sotto un certo livello quello che è il numero dei casi diagnosticati».
Anche secondo l’Istat in Lombardia i morti per Covid sono molti ma molti di più di quelli comunicati dalla Regione.
Un po’ cicale, un po’ marmotte, un po’ muli, un po’ struzzi.
Cicale, perché chi ha governato la Lombardia (Formigoni) ha sperperato enormi quantità di denaro, spesso in corruzione o in donazioni ai privati. Una sequela di scandali giudiziari, come in nessun’altra regione, almeno per quanto riguarda la sanità.
Marmotte, perché secondo gli etologi sono gli animali più stupidi. Perché ci vuole la scelleratezza della giunta Maroni per distruggere scientemente il sistema sanitario di base, felici di farlo.
Muli, perché quando tutti avevano capito come far contrastare il virus dal sistema sanitario la Giunta Fontana ha continuato imperterrita ad adottare la stessa politica suicida, senza rendersi conto che stava sbagliando, senza mai chiedere scusa, nemmeno di fronte a errori colossali.
Struzzi, perché si è pensato e si pensa che il virus sparisca semplicemente non cercandolo, non facendo test. Come quando sotto Stalin era sufficiente dire che in Unione Sovietica non ci fossero pedofili o serial killer per certificare che la società fosse immune alle menti malate e criminali.


The Indygraf

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