RESPONSABILITA’ DELL’INFORMAZIONE

C’è qualcosa di peggio dell’informazione non libera.
L’informazione non credibile.
Quando l’informazione non è libera le persone possono prendere le proprie contromisure, farci la tara.
Quando l’informazione non è credibile no.
La mancanza di credibilità è come un virus che si insinua tra le menti. Un virus che comunica ai lettori e agli spettatori: inutile che ti informi, tanto quel che leggi, ascolti e vedi non è vero.
E a quel punto scatta un secondo meccanismo: ti affidi unicamente a coloro che la pensano come te. L’informazione non è più un soggetto neutrale, di servizio. L’informazione diventa una clava esclusivamente politica. A quel punto, puoi far passare tra i tuoi tutte le informazioni che vuoi. Non importa se siano vere o inventate di sana pianta.
Nessuno farà più caso alla credibilità delle fonti (sempre quando le fonti ci sono). Nessuno applicherà più la regola del buon senso. Nessuno si informerà al di fuori del proprio orticello ideologico.
Si chiamano Echo Chambers. Vuol dire che l’informazione diventa una eco delle proprie idee, della propria visione del mondo.
Internet, i social media, hanno fatto da acceleratore di questo meccanismo.
Un meccanismo che porta a una società sempre più manichea, sempre più conflittuale. Una società in cui nessuno ascolta più. Una società in cui si rifiuta il diverso da sé.
Gli operatori dell’informazione portano su di sé un’enorme responsabilità.
Una volta, un secolo fa, il 95% delle informazioni che affollavano i nostri cervelli, che costituivano la spina dorsale dei nostri ragionamenti e che erano alla base delle nostre decisioni, venivano da esperienza diretta. E solo il 5% erano frutto di ciò che ci veniva raccontato o che leggevamo da qualche parte.
Oggi quella percentuale si è ribaltata.
Il 95% di ciò che siamo non viene dal nostro vissuto ma da input esterni. Dal mondo dell’informazione, inteso in senso ampio.
Siamo noi operatori dell’informazione a plasmare quasi totalmente i cervelli dei 7 miliardi e mezzo di persone che popolano questo pianeta. Siamo noi operatori dell’informazione a spingere le persone verso le loro decisioni.
Una responsabilità di questo genere dovrebbe essere accompagnata da una serietà altrettanto grande nel raccogliere e divulgare i fatti.
Ma è ciò che il mondo dell’informazione fa?
Da quel che si vede in giro sembrerebbe di no.
I media mainstream fanno a gara a chi è più asservito al potere, producendo informazione spesso tendenziosa, a volte molto parziale, altre direttamente volte inventata di sana pianta.
Il resto del panorama mediatico, quello che prevalentemente agisce tramite web, fa a gara a smentire aprioristicamente i media mainstream con l’intento, in questo modo, di intercettare le sempre più numerose schiere di persone alla ricerca della propria Echo Chamber.
Risultato: notizie spesso approssimative, frutto di un sentito dire, scarsa verifica delle fonti, fortissima componente ideologica e soprattutto, mescolanza tra informazione e giudizi personali.
E così proliferano i terrapiattisti, i razzisti, i finti verificatori di fake news, quelli che il coronavirus non esiste, quelli che gli Stati Uniti, o la Cina, o la Russia vanno combattuti a prescindere, quelli che è sempre colpa degli ebrei, quelli che non è mai colpa di Israele.
Insomma, a causa della pessima informazione che circola, il mondo, che è di per sé creatura molto complessa, si sta riducendo a un luna park, a un giro di roulette dove si può puntare solo sul rosso o sul nero.
Una dicotomia così marcata da spingere gli uni a utilizzare una parola senza senso: controinformazione. Come se l’informazione fosse contro qualcosa.
E gli altri a mettere in moto la macchina della propaganda per poter far passare un termine inventato: complottismo. Come se si potesse fare informazione a favore di complotti. O meglio, c’è chi i complotti li ordisce, e di solito si tratta del potere. L’assurdità della cosa è che questo termine venga usato da chi sta dalla parte del potere per annichilire chi ne mette in dubbio i dogmi enunciati dalla sua propaganda.
Tutto questo dimenticandosi che esiste solo il buon giornalismo e il cattivo giornalismo. E che entrambi possono trovarsi tra le fila dei media più importanti o tra quelle dei blog più insignificanti.
Come fare per uscirne?
Diffidate dalle semplificazioni. Da qualunque parte esse provengano. Anche da chi la pensa come voi. A meno che chi la compie non stia chiaramente esplicitando che sta facendo una semplificazione.


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