Risolveremo il problema della Plastica, un’opportunità di sviluppo e ricchezza.

Plastica
Relazione volta ad un progetto di legge

Introduzione

La gestione dei rifiuti di plastica è un problema di impatto mondiale. La percezione dell’entità dell’accumulo di plastica è forte nel mondo occidentale e sviluppato, in Europa è oggetto di dibattito frequente. Chiaramente la questione è molto meno sentita in paesi poveri o in via di sviluppo ma poco si fa anche in altri paesi forti consumatori ma meno sensibili al problema.

Un approccio razionale al problema non può non considerare alcuni punti fondamentali di cui forse il principale è che attualmente il riciclo della plastica semplicemente in termini puramente economici non conviene. Ovviamente è necessario ed è un passo in avanti ma così come avviene oggi non può essere da solo la soluzione al problema. Inoltre la malagestione dei rifiuti plastici fa si che solo una piccola parte di essi sia inviata al riciclo. La tecnologia per ottenere nuova plastica ha molti limiti che potranno essere superato ma che richiedono ancora tempo ed investimenti .

Alcuni dati

Nel mondo si ricicla circa il 15% della plastica contro un 25% che viene bruciato in inceneritori o termovalorizzatori. Il restante 60% viene bruciato rilasciando sonstanze inquinanti o liberato nell’ambiente (rapporto OCSE).

In Europa il riciclo della plastica è circa il 30%, negli Stati Uniti il 10%, in paesi in via di sviluppo spesso irrilevante.

Le plastiche riciclabili attualmente utilizzate

La produzione di nuova plastica è 8 volte maggiore di quella riciclata, ma non tutta la plastica è uguale.

Il riciclo del PET delle bottiglie e di HDPE di flaconi rigidi come quelli di detersivo varia dal 15 all’85%, quello del polipropilene,di tubi e cavi elettrici per esempio, o del polistirene dall 1% al 21%.

Al momento attuale il riciclo come risposta all’accumulo della plastica nel pianeta non è assolutamente sufficiente. Il fallimento parziale di questo approccio nasce principalmente da due questioni principali. La prima è chiaramente quantitativa: troppa plastica nuova viene prodotta, poca plastica riciclata entra nel circuito. Questo dipende da molti fattori, dalle caratteristiche stesse dalla plastica che senza intervento dura nell’ambiente 1000 anni, dalle falle nel sistema di raccolta e smistamento, dall’eccessiva richiesta di prodotti plastici di difficile riciclo e dall’educazione ad ogni livello sul problema. La seconda questione è molto semplice: il riciclo della plastica non è economicamente vantaggiosa. Attualmente conviene di più produrre nuova plastica che produrne di riciclata. Proprio risolvere questo punto potrà dare una risposta efficace al problema, e saranno necessari investimenti in sviluppo e nuove tecnologie che già sono oggetto di studio nel mondo, con risultati che fanno ben sperare per un futuro prossimo.

Approccio al problema

L’unico approccio possibile al problema è su due fronti: diminuire i consumi e incentivare nuove tecnologie, sia volte a creare plastiche non derivanti dal petrolio sia a riciclare e trasformare la plastica già prodotta.

Plastica mare ed oceani

Il Mediterraneo rappresenta l’1% delle acque internazionali ma contiene il 7% delle microplastiche del pianeta. Muore per plastica e microplastica ingerita una tartaruga Caretta Caretta su due, un capodoglio su tre. Il 95% dei rifiuti nel Mediterraneo è di natura plastica che distrugge l’ecosistema ed entra nella catena alimentare fino a raggiungere il nostro corpo attraverso il cibo e l’acqua.

Il Mediterraneo è quasi un mare chiuso e l’ accumulo ha raggiunto livelli tali da suscitare la massima preoccupazione. Ogni anno vengono riversati centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti plastici, che si distribuiscono in profondità (e presenti quindi in circa il 20% di tonni e pesci spada pescati) ed in superficie dove le microplastiche vanno ad inquinare l’ecosistema marino contaminando la catena alimentare ad ogni livello. L’Italia è il terzo paese del mediterraneo per dispersione dei rifiuti .

A livello mondiale l’inquinamento da rifiuti plastici ha creato danni evidenti in tutti i mari e gli oceani, oltre a quelli dovuti alla cattiva gestione della plastica raccolta o liberata nell’ambiente terrestre.

I ricercatori stimano che nel 2050 se non si inverte drasticamente la rotta in mare ci sarà più plastica che pesce. La spazzatura ha creato delle isole che per dimensione sono paragonabili a grandi nazioni di plastica.

Le microplastiche e le nanoplastiche presenti in enorme quantità nei mari sono una minaccia anche per l’uomo (Efsa, l’autorità europea sulla sicurezza alimentare). Si tratta di una vera crisi planetaria.

Degli 8 milioni le tonnellate di plastica che ogni anno vengono riversate negli oceani oltre 5,3 milioni di tonnellate provengono da 5 soli paesi: Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam.

La plastica è il materiale più presente , l’80% della spazzatura totale degli oceani, con isole galleggianti di estensione gigantesca. E il Mediterraneo? :

Se filtrassimo un chilometro cubo di acqua del Mediterraneo, troveremmo da qualche decina fino a qualche centinaia di chili di plastica.(Marco Faimali ricercatore Cnr)
Con una presenza di micro e nanoplastiche impressionante. Le microplastiche sono le particelle di dimensioni comprese tra 0,1 e 5000 micrometri, ossia 5 millimetri (ogni micrometro è un millesimo di millimetro). Le nanoplastiche hanno invece una misura non rilevabile dall’occhio umano: da 0,001 a 0,1 micrometri, o da 1 a 100 nanometri.(Efsa). Sono il prodotto della nanotecnologia, ma anche, più semplicemente, l’effetto della frammentazione e degradazione della plastica nonché contenute in prodotti di uso comune come dentifrici e cosmetici e riladciate dal lavaggio di indumenti sintetici. Si registrano elevate concentrazioni nei pesci, ma poiché le microplastiche sono presenti per lo più nello stomaco e nell’intestino, che di solito vengono eliminati, i rischi immediati non sembrano eccessivi . Diverso il caso dei crostacei e dei molluschi bivalvi ma sono state riscontrate nell’acqua, nella birra, miele, sale da cucina.

Una potenziale preoccupazione riguarda le elevate concentrazioni di agenti inquinanti quali i policlorobifenili e gli idrocarburi policiclici aromatici, che possono accumularsi nelle particelle plastiche compreso il bisfenolo A. Alcuni studi indicano che le nanoparticelle plastiche, dopo l’introduzione con gli alimenti, possono trasferirsi nei tessuti cellulari umani. ancora da stabilire il rischio rispetto l’assunzione media.

Soluzioni

Occorre tendere alla diminuzione dei consumi innanzitutto.

In linea con gli accordi assunti dall’UE in merito a bandire monouso plastici occorre educare la popolazione all’utilizzo e alla gestione dei rifiuti plastici, sostenere la necessità assoluta di giungere ad un accordo internazionale vincolante volto a diminuire la dispersione di plastica con monitoraggio e la messa a disposizione di fondi .

Sarà necessaria la partecipazione dell’industria : assunzione di responsabilità puntando su politiche di rifiuti zero, con produzione di plastiche di più facile riciclo e circuiti di recupero e smaltimento innovativi con contribuzione alla copertura dei costi.

Contemporaneamente occorre educare ed informare la popolazione, mettendo a disposizione di imballaggi e contenitori alternativi, rilanciare le merci vendute sfuse a parità di controlli ed igiene.

Invito alla partecipazione e alla raccolta: una montagna di due metri di plastica raccolta nel parco sotto casa fa più effetto sulla popolazione di un’isola di plastica nell’oceano.

Istruzione e consapevolezza dei danni diretti sulla salute non solo delle microplastiche ingerite con acqua e cibo ma anche della pericolosità di particelle di plastica rilasciate dagli involucri e dalle pellicole plastiche così diffuse compreso quelle provenienti dalle cosiddette plastiche ad utilizzo alimentare che possano favorire l’utilizzo di materiali alternativi.

Investire in tecnologia:

Parallelamente a quanto già detto, la soluzione al problema dell’accumulo delle plastiche passa per l’acquisizione di nuove tecnologie che permettano con i necessari investimenti di creare un vero circolo virtuoso che risolva i problemi di gestione di questo tipo di rifiuti.

Il problema reale attualmente per cui il riciclo non funziona davvero dipende innanzitutto dalla difficoltà di separare i polimeri differenti e poi dal prezzo di vendita della plastica: la plastica nuova può essere venduta ad un prezzo maggiore perché è di migliore qualità chimico-fisica e perché la plastica riciclata ha spesso usi limitati per il rischio di rilascio di sostanze pericolose. come invertire il ciclo e renderlo redditizio per l’industria?

Possibili soluzioni pratiche nel dettaglio

FIUMI

Come già detto fiumi sono i principali traghettatori di rifiuti negli oceani, dove ogni anno, (Unep), finiscono oltre 8 milioni di tonnellate di plastica. Ricerche precedenti hanno evidenziato che meno di un quinto di tutta la plastica degli oceani arriva da attività marine, il restante proviene da terra.

Se solo il 20% dei rifiuti viene gettato direttamente in acqua la parte restante di ciò che si trova nei mari e negli oceani arriva invece dalla terraferma, trasportato da venti e piogge e dai fiumi.

Uno studio concluso nell’ottobre nel giugno del 2017, dimostra – con dati di analisi sul campo – che ogni anno finiscono in mare tra 1,15 e 2,41 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, trasportate dai fiumi, per il 74% nel periodo tra maggio e ottobre.

Un secondo studio (ottobre 2017) basato sull’analisi di campioni di plastica e sull’elaborazione di dati acquisiti da ricerche precedenti, identifica i 10 principali fiumi che trasportano negli oceani il 90% circa della spazzatura di plastica: lo studio, pubblicato su Environmenthal Science & Technology (sommario, in inglese), è discordante dal primo solamente sulla quantità complessiva dei rifiuti, in questo caso stimati in 4 milioni di tonnellate.

Gli studi dimostrano una migliore gestione dei dieci fiumi più inquinanti, in grado di ridurre della metà i rifiuti di plastica che trasportano in mare, andrebbe quasi a dimezzare (-45%) il contributo di tutti i fiumi all’inquinamento degli oceani. Il che chiaramente si applica anche al Mediterraneo. Bloccare a livello fluviale ciò che altrimenti verrà disperso in mare.

Questi studi sono particolarmente importanti, non solamente perché identificano i grandi flussi di inquinanti plastici ma perché quantitativamente si può fare molto a monte, prima che i rifiuti finiscano in mare dove rimediare è molto più complesso. Prima che si disperdano e si degradino frammentandosi rendendo il lavoro molto più difficile o impossibile per ora per le particelle più piccole disperse.

Risulta quindi fondamentale attivarsi parallelamente alla raccolta dei rifiuti plastici marini ad evitare con ogni mezzo che la plastica raggiunga i mari. Sono in atto sperimentazioni di bracci diga fluviali e allo studio, altrettanto fondamentale, filtri in grado di bloccare le microplastiche delle acque reflue prima che vadano perse in mare.

Il consorzio italiano Castalia ha posato sul Po una diga sperimentale che raccoglie la plastica che galleggia sul fiume portata dalla corrente fino al mare. È plastica che raccolta non arriverà all’Adriatico e al Mediterraneo.

È tecnologia italiana!

Il progetto potrà essere esportato ai grandi fiumi del mondo. La barriera antiplastica della Castalia è una delle prime sperimentazioni al mondo.

Esperienze simili sono allo studio in Danimarca (con prove in India), Francia e in Olanda. Si tratta di gonfiabili di gomma studiate per galleggiare alla giusta altezza. Immerse nell’acqua in modo da fermare con una sorta di diga in polietilene, bottiglie e flaconi, ma permettendo che tronchi portati dalla corrente non si fermino e scivolino sotto . La plastica viene cosi catturata.

La diga viene messa come un imbuto o come una Y vicina a una riva, e la plastica che si ferma sui grandi bracci aperti viene convogliata dalla corrente fino al tratto centrale dell’imbuto.

La barriera permette la navigazione non tagliando il fiume da una riva all’altra, e sono previste più barriere in sequenza lungo il corso. Il sistema non interferisce con il delicato equilibrio di flora e fauna del Po ed è progettato per restare posizionato nel fiume anche per lungo tempo

Un battello periodicamente raccoglie la plastica raccolta e la porta a riva, in un cassone scarrabile. Un camion porta la plastica al centro di riciclo della plastica Transeco a Zevio (Verona), a circa 75 chilometri, dove avverrà una prima separazione delle diverse frazioni del rifiuto. Il rifiuto plastico raggiungerà il centro di selezione Drv di Torretta a Legnago (Verona), un centro di selezione Corepla capace di suddividere, mediante una rete di lettori ottici, gli imballaggi in plastica delle diverse plastiche per l’avvio al riciclo o al recupero energetico.

Indirettamente le microplastiche cosi presenti nel mar Mediterraneo, i frammenti piccoli meno di 5 millimetri che, ingeriti dai pesci, passano direttamente dal mare alle nostre tavole, non si incrementeranno della frazione di degradazione dei rifiuti macroscopici (nel Mare Nostrum finiscono ogni giorno 731 tonnellate di rifiuti di plastica e che il 92% sono inferiori ai 5 millimetri, oppure lo diventano nel tempo per il deterioramento di scarti più grandi).

Tentare di raccogliere le microplastiche in mare, purtroppo, equivale a cercare un ago in un pagliaio; di conseguenza la possibile soluzione è a monte, ovvero alle foci dei fiumi: proprio lì vanno intercettati i rifiuti prima che raggiungano il mare.

Micro plastica

Si sottolinea qui che sebbene siano eclatanti le isole di plastica che galleggiano nell’Oceano secondo diversi studi fino al 99% della spazzatura versata in acqua sparisce dalla vista. Microplastiche e nanoplastiche sono infatti molto difficili da rilevare, finendo il più delle volte nella catena alimentare… La sfida sarà riuscire ad individuare anche questa parte dei rifiuti. Per questo motivo, un team di scienziati dell’Università di Warwick (Regno Unito) sta mettendo a punto una tecnica di colorazione che sfrutta la fluorescenza per rintracciare e quantificare anche i detriti plastici di dimensioni infinitesimali, individuando le particelle plastiche di grandezza micrometrica (un micrometro = un millesimo di millimetro). Fino a che non saranno evidenziate queste particelle sarà quasi impossibile quantificare in maniera precisa il livello di inquinamento degli oceani, probabilmente oggi ancora sottostimato.

Per questo i ricercatori hanno studiato una sostanza che diventa fluorescente quando entra in contatto con determinati polimeri plastici. “Usando questa tecnica, può essere visualizzata e analizzata rapidamente un’enorme mole di campioni”, ha spiegato Erni-Cassola, “consentendo di raccogliere molti dati sulla quantità di microplastica presente nell’acqua di mare o altrove”.

Rispetto a tecniche di colorazione tradizionali la loro metodica di colorazione per rintracciare le microplastiche tramite fluorescenza ha permesso di individuare più rapidamente particelle di dimensioni inferiori a un millimetro, con una precisione nettamente superiore.

L’analisi ha inoltre permesso di scoprire che il principale responsabile dell’accumulo di microplastiche è il polipropilene, un polimero termoplastico presente dai tappi delle bottiglie, componenti delle auto, packaging degli alimenti, insieme alla porzione che raggiunge già come microparticella il mare da lavaggi di fibre, cosmetici ed altri prodotti di uso quotidiano.

Una possibile soluzione pratica nell’immediato arriva dalla Svezia: una nuova membrana fotocatalitica da aggiungere ai sistemi filtranti delle acque reflue, per eliminare i frammenti di plastica sfruttando le radiazioni del sole. La ricerca in questa direzione è fondamentale perché giunti in mare i frammenti sono praticamente impossibili da eliminare. È una delle innovazioni tecnologiche create dal progetto europeo CLAIM. Volta a ridurre le microplastiche in mare. A realizzare il sistema di cui è partita la sperimentazione in impianti locali di acque reflue. E’ stato un gruppo di scienziati del KTH Royal Institute of Technology, in Svezia, che a partire da questo mese testerà la sua invenzione negli impianti locali di trattamento delle acque reflue.

Le microplastiche, minuscole particelle polimeriche sono presenti ovunque: in tutti i corpi idrici del pianeta, in sperduti laghi della Mongolia o in sedimentati sottomarini fino agli organismi dalla Fossa delle Marianne. Si accumulano nella catena alimentare, passando da specie a specie, con conseguenze negative dirette anche per la popolazione umana.

Si tratta di accelerare il processo con cui la luce solare può degradare la plastica in elementi innocui (ossidazione fotocatalitica) la membrana fotocatalitica si aggiunge ai sistemi filtranti delle acque reflue. Ed è costituita in sistesi da nanofili rivestiti in un materiale semiconduttore che assorbe la luce visibile e utilizzarla per degradare in modo mirato le particelle di plastica. Le membrane trattengono i frammenti plastici minuscoli inquinanti mentre la luce del sole attiva il focatalizzatore ottenendo solo acqua e anidride carbonica. L’idea è di istallare filtri sia a livello domestico che negli impianti di trattamento industriale dei reflui. In aggiunta il progetto CLAIM (Cleaning Litter by Developing and Applying Innovative Methods in European Sea) sta sviluppando anche barriere flottanti da collocare nei fiumi.

Il meccanismo dell’ossidazione fotocatalitica (con semiconduttori come ossido di zinco o l’ossido di titanio) è già da tempo impiegata per convertire inquinanti volatili o oli in elementi innocui come l’acqua e anidride carbonica. Si tratta di conoscenza già consolidate.

Ed in parallelo all’abbattimento del quantitativo di rifiuti plastici che raggiungono il mare proprio su queste tecnologie è necessario investire per arginare il problema delle microplastiche. Come confermato dalle ricerche sopracitate dell’università di Warwick, Inghilterra, mediante utilizzo del rosso nilo, colorante usato in microscopia, per localizzare fibre di plastica dello spessore di 20 micrometri (la larghezza di un capello umano o di una fibra di lana), esse provengono principalmente dal polipropilene. Una volta che le microplastiche hanno raggiunto il mare aperto non ci sono soluzioni allo stato attuale per affrontare il problema se non bloccarne al più presto l’accumulo.

Mare

Giunti nel Mediterraneo i rifiuti plastici iniziano un percorso diversificato a seconda del tipo di polimero e del tempo di permanenza.

Virtuoso il tentativo di arginare l’accumulo tramite raccolta dei rifiuti da parte di pescatori che trovano a terra apposite zone di raccolta, ma chiaramente rispetto alla velocità con cui sono riversati i rifiuti resta una soluzione esclusivamente palliativa.

Un’automatizzazione del concetto di raccolta meccanica è l’idea di Boyan Slat, ragazzo olandese che lascia ingegneria aerospaziale, fonda la ong Ocean Cleanup e progetta un macchinario per raccogliere rifiuti plastici dal mare sfuttando le correnti oceaniche. Raccolti i fondi realizza il progetto che viene testato, partendo dalle acque di San Francisco puntando poi nel futuro prossimo alla grande isola di plastica del Pacifico. Arrivato in posizione l’ocean cleanup system 001 con l’azione di venti onde e correnti assumerà una forma a U raccogliendo plastica fino alla dimensione di 1 mm grazie alle maglie fitte che scendono giu dalla superficie per tre metri, rispettando però pesci e plancton. E’ ora in corso la sperimentazione, l’obiettivo è di liberare gli oceani da 87 tonnellate di plastica in un anno. La grande struttura priva di equipaggio è lunga 609 metri, ad energia solare con luci e sistema anticollisione e antenna satellitare in grado di comunicare costantemente la posizione della barriera.per operare sfrutta l’energia di corrente vento ed onde. La plastica raccolta verrà trasportata sulla terraferma smistata e riciclata. Se il test confermerà che non sia una minaccia per l’ecosistema permetterebbe di eliminare gradualmente i detriti dai cinque grandi vortici marini.

Progetti di questo tipo ed altri da finanziare e realizzare nel prossimo futuro dovranno essere realizzati anche mel Mediterraneo dove anche aree protette come le Tremiti per correnti che fanno accumulare i rifiuti plastici presentano un tasso elevatissimo di inquinamento da plastiche e microplastiche.

Soluzioni

1) Sul territorio

Incremento raccolta e differenziata

Smistamento verso il riciclo con potenziamento del riciclo

Individuazione ed inasprimento delle pene per abbandono e smaltimento illecito dei rifiuti con l’ aiuto delle forze dell’ordine.

Pulizia di strade, aree urbane ed extraurbane.

2) Investimenti su barriere fluviali

Per arginare l’inquinamento del mare è importante agire sui fiumi. I rifiuti marini provengono per circa l’80% dalla terraferma e raggiungono il mare prevalentemente attraverso i corsi d’acqua e gli scarichi urbani, mentre per il 20% derivano da attività di pesca e navigazione.

Tra le principali cause vi sono la non corretta gestione di rifiuti urbani e industriali, la scarsa pulizia delle strade, abbandoni e smaltimenti illeciti.

Inoltre l’Italia, per la sua posizione al centro del Mediterraneo, un bacino chiuso, e l’estensione delle sue coste, è un Paese particolarmente esposto a questo problema.

Ricordo che l’Italia è all’avanguardia in Europa per know how: ricicliamo infatti imballaggi che in altri Paesi non vengono nemmeno raccolti. Ma allo stesso tempo, dei rifiuti di plastica, più di 700 tonnellate, riversati nel Mediterraneo, l’Italia con i suoi 90 mila kg giornalieri è al terzo posto come inquinatrice, dopo Turchia e Spagna. Oltre l’80% della plastica che inquina il mare arriva dai corsi fluviali e deriva da attività che si svolgono sulla terraferma. Ma è proprio questa peculiarità che può rappresentare un’opportunità per intervenire in modo incisivo sull’inquinamento da plastica in mare. Esiste già una tecnologia made in Italy che andrà implementata ma che deve intercettare il prima possibile il grosso del flusso di materiale plastico verso il mare.

3) Raccolta dal mare

È in fase di sperimentazione in oceano aperto la barriera “ocean cleanup system”. Se verranno confermati i risultati con fondi di cooperazione europea di dovrà investire in tale direzione al più presto. Il mar Mediterraneo per le sue caratteristiche peculiari richiede un intervento immediato poiché le dimensioni del problema hanno già superato il livello di crisi arrivando all’emergenza.

4) circolo del riciclo

Raccolta capillare

Investimenti immediati in tecnologia

Come già detto il problema attuale del riciclo è che non tutta la plastica viene riciclata e che spesso il prodotto ottenuto è qualitativamente molto inferiore a quello di partenza. Questo si traduce in un prezzo di vendita più basso. Questo è il passo fondamentale da fare. Su questo puntano numerosi gruppi di ricerca nel mondo.

Nel Regno Unito un team sta migliorando le performance di un enzima batterico ( l’Ideonella sakaiensis) cioè una proteina. Il polietilentereftalato (o PET) impiega diverse centinaia di anni a degradarsi.

L’enzima modificato, una versione potenziata dell’enzima naturale PETase, può avviare lo stesso processo che in natura impiega centinaia di anni a degradarsi, in pochi giorni. Ma la vera rivoluzionare del riciclo di questo materiale è il prodotto finale. Dal riciclo, di solito, si ottengono fibre di minore qualità, usate per produrre abiti e tappeti. Il nuovo enzima descritto sopra permetterebbe invece di tornare ai “blocchi di partenza“, molecole con le quali poi eventualmente ricostruire un PET di qualità elevata.(Proceedings of the National Academy of Sciences)

Alterando la struttura di partenza dell’enzima le sue capacità di degradare il PET sono migliorate del 20%. non essendo ancora ottimizzato, il PETase si stima possa diventare molto più veloce. Si studia anche la possibilità di inserirlo in un batterio estremofilo capaci di sopportare temperature superiori ai 70 °C di fusione del PET: la plastica si degrada infatti molto più rapidamente.

Questo meccanismo, restituendo i mattoni di base usati nella produzione, a livello industriale sarebbe una rivoluzione. Poterlo impiegare in ambito industriale vorrebbe dire riciclare completamente, senza bisogno di impiegare nuovi combustibili fossili per fabbricare nuove bottiglie.

Sarebbe vantaggioso acquistare i rifiuti plastici e quindi raccoglierli, non solo nei paesi ricchi ma anche in quelli poveri ed in via di sviluppo.

5) Plastiche alternative

Abbandono graduale della plastica da fonti fossili (disincentivazione)

Investimenti in nuova produzione alternativa

Incentivi alle nuove produzioni e alle industrie virtuose

In Italia sono già a lavoro ricercatori in diversi progetti, alcuni dei quali sono già realta consolidate. Le bioplastiche del futuro devono affrancarci dai derivati del petrolio e garantire però le qualità che hanno reso la plastica tradizionale indispensabile.

Esempio viene dalle campagne bolognesi di Castel San Pietro, nella azienda Bio-on, dove il tentativo è riciclare tutto: in quegli ex stabilimenti che producevano yogurt ora si creano le bioplastiche del futuro. Frutto di un investimento in nuovissimi laboratori, pieni di macchinari e microscopi ultra tecnologici costati oltre 20 milioni di euro, i ricercatori stanno. Perfezionando il metodo per trasformare ogni scarto in plastica: dalle barbabietole alle patate, dalla canna da zucchero all’olio di frittura, mediante digestione i batterica come la produzione polimerica naturale. Due imprenditori Marco Astorri e Guy Cicognani nel 2008 comprarono un brevetto alle Hawaii per poi trasformare il business delle bioplastiche in un investimento che oggi è in Borsa.

Ed è la possibile nuova era per la chimica verde. I batteri produranno PHAs, il poliidrossialcaonato, e fornendo scarti lipidici di olio di frittura, barbabietole, glicerolo, patate, questi saranno utilizzati dai microrganismi che li trasformerannoin riserva di energia, produrranno poliestere lineare. Il polimero sintetizzato dai batteri, viene estratto attraverso vapore e mezzi meccanici: grazie a questo si ottengono plastiche biodegradabili e idrosolubili usate in cosmetica, nell’industria ma anche in campo medico, perché queste plastiche hanno le stesse proprietà termo-meccaniche di quelle tradizionali .

Più di 100 differenti monomeri possono comporre materiali con proprietà estremamente differenti, termoplastici o elastomerici, con il punto di fusione che varia da 40 a oltre 180°C.

Un futuro a cui crede anche l’Europarlamento che proprio promuovendo l’abbandono delle microplastiche, di cui chiede il divieto nei prodotti cosmetici entro il 2020, ha proposto incentivi per il settore delle bio.

A lavoro anche l’Istituto italiano di tecnologia o del Cnr, che si stanno cercando di realizzare plastiche usando scarti vegetali (carciofi al caffè passando per riso, cannella o pomodori.) Altre strutture puntano invece sulla lavorazione dei reflui di lattosio. Utilizzare scarti per ottenere plastiche alternative.

La tecnologia esiste già, per partire davvero occorre quindi uno sforzo dei Paesi, quelli ricchi prima, incentivando queste strade produttive e educando la popolazione.

6) conoscere è educare

Il cittadino virtuoso sarà il cittadino che ha compreso la gravità della situazione, i rischi nell’immediato e a lungo termine, che sarà motivato dalla cura di se e della sua famiglia insieme a quella per il pianeta.

Raccolta ed informazione

Informazione capillare sui rischi immediati da inquinamento di rifiuti plastici e micro-nanoplastici

Conoscenza dei rischi di imballaggi plastici alimentari (rilascio particelle)

Conoscenza alternative nell’uso quotidiano

Incentivazione dell’adottare soluzioni alternative

Abbiamo ricerche all’avanguardia, un migliorabile sistema di raccolta e riciclo, ma senza educazione continueremo a riversare in terra ed in mare rifiuti. Basti pensare che la Sicilia è uno dei maggiori utilizzatori di plastiche monouso come stoviglie e bicchieri di plastica a livello europeo.

7) Muoversi insieme

Determinare scopi comuni e regole comuni

Poli di ricerca internazionali e investimenti

Migliorare la qualità della plastica riciclata, renderla conveniente, incentivare la raccolta dei rifiuti fluviali e marini, armonizzare le norme sui polimeri bio e mettere al bando le microplastiche. Questo quanto chiesto dagli eurodeputati della Commissione Ambiente (ENVI). La plastica è ancora indispensabile, ma il modo in cui oggi si produce e si utilizza la plastica è insostenibile, e la risposta non può certo essere ridotta ad in unico aspetto, esempio il packaging, ma deve riguardare tutti i settori promuovendo nuovi modelli di produzione e consumo. Oltre a raggiungere tassi di raccolta e differenziazione più elevati,

Occorre creare un mercato interno per le materie prime provenienti dal riciclo, stabilendo standard qualitativi, e di sicurezza. Da considerare la riduzione dell’IVA sui prodotti contenenti materiali riciclati. Strasburgo ha già sottolineato che è pensabile ad esempio un sistema di responsabilità estesa del produttore, meccanismi di deposito-rimborso e una maggiore sensibilizzazione del pubblico.

Mentre questo è più complesso da armonizzare a luvello europeo e mondiale, è volendo di molto più rapida attuazione sul territorio nazionale.

Se anche l’Italia e l’intera Europa si comportassero in modo assolutamente virtuoso, l’inquinamento da plastica continuerebbe: due terzi delle materie plastiche che arrivano al mare provengono da corsi d’acqua asiatici.

Ma se si rende anche vantaggioso economicamente ecco dunque una seconda possibilità: la raccolta differenziata e l’economia circolare potrà riguardare direttamente anche i Paesi in via di sviluppo, con minore coscienza ecologica. Raccogliere e riciclare la plastica e guadagnarne al di la degli incentivi monetari che già si sono sperimentati ad esempio con la Social plastic: centri di raccolta da Haiti alle Filippine che forniscono incentivi monetari a chi raccoglie la plastica con una rete internazionale, la Plastic bank, che incanala questi rifiuti verso il riuso. Se la tecnologia del ricicl sarà più semplice e fornirà prodotti migliori secondari il ciclo si autoalimenta anche nei paesi più poveri.

Ancora non abbiamo corretto la nostra direzione.

A causa della non ottima organizzazione europea ancora ci si appoggia alla Cina o si sfrutta l’Africa. In Ghana ha sede la più grande discarica illegale al mondo di rifiuti elettronici. Dei 12,3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici una buona partedall l’Europa Russia viene spedita in Nigeria, riempiendo di e-waste tutti gli spazi liberi dei container che ufficialmente trasportano solo auto europee usate.

Offriamo gli strumenti per raccogliere la plastica (Social plastic) ma inondiamo i Paesi africani di rifiuti elettronici da cui estrarre materiali preziosi, senza protezione in aree dove il riciclo ed il riuso plastico non può esistere.

Se si vuole davvero arginare il fenomeno è proprio dai principali paesi inquinanti che occorre intervenire fornendo l’appoggio e la motivazione.

Attualmente siamo il secondo paese europeo, dopo la Germania, per fatturato e occupazione nel settore dello sviluppo dei prodotti basati su processi biologici, come bioplastiche o tessuti realizzati a partire da residui, con un fatturato per il settore di oltre 100 miliardi di euro e impiega circa 500 mila persone.

In Italia aziende e istituti universitari e di ricerca stanno lavorando insieme duramente per trovare soluzioni alternative, per migliorare l’ingegneria metabolica, una tecnologia capace di modificare il genoma dei microrganismi, mettendoli al nostro servizio , per avviare al riciclo materiali che ancora non si riusano con successo.

Ilconsorzio Ecolight insieme all’Università di Brescia, dipartimenti di Ingegneria Meccanica, e a Stena Technoworld, impianto di trattamento dei rifiuti elettronici, hanno un progetto che mira a individuare nuove tecnologie per migliorare il recupero delle materie plastiche contenute nei piccoli elettrodomestici, nei cellulari e nell’elettronica di consumo. prevede un investimento di circa 300 mila euro di cui la metà è stata finanziata dal Ministero dell’Ambiente nell’ambito del bando per il cofinanziamento di progetti di ricerca finalizzati allo sviluppo di nuove tecnologie di recupero riciclo e trattamento . Attualmente molto comuni ma riciclabili in piccola parte, cioè progetto di interesse internazionale.

Tutta la conoscenza va condivisa e implementata al fine di arginare il problema.


Igor Wolfango Schiaroli

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