Vi racconto la storia del mio arresto in Ucraina

Arrestato a Kiev appena sbarcato con l’accusa di essere «nemico del popolo ucraino». Il mio reato? Aver fatto il mio lavoro di giornalista. E dopo l’arresto, la scoperta di far parte della lista nera degli squadroni della morte.

di Franco Fracassi

«Lei è proprio sicuro di non sapere perché si trova in stato di fermo?».

Ero appena sbarcato all’aeroporto di Kiev, tappa intermedia per Odessa, la mia destinazione finale. Il mio percorso in territorio ucraino era stato di appena cento metri: dal portellone dell’aereo fino al controllo passaporti, passando per un corridoio tutto vetri e tapis roulant. La mia mente era intenta a ripercorrere il minuto e mezzo di percorso e i successivi dieci in attesa di passare la frontiera. Ne ero proprio certo. In quel frangente non avevo commesso alcun reato.

«Senta, può verificare che il mio passaporto è autentico, che nella mia valigia non ci sono armi né altri oggetti illegali, che non c’è stato alcun contatto tra me e qualsivoglia passeggero. No, non lo so perché mi trovo in questa stanza piena di poliziotti e di agenti segreti».

La donna dietro la scrivania era seriamente convinta che la stessi prendendo in giro. Un noto criminale come me, appartenente alla pericolosissima razza dei giornalisti, sarebbe stato in grado di traviare chiunque. Nei suoi occhi si leggeva tutto questo.

«Va bene. Firmi questo foglio e vada via».

«Firmerò solo dopo che mi avrete tradotto che cosa c’è scritto».

«Io, responsabile del servizio di controllo della frontiera, la dichiaro in stato di fermo perché lei ha cercato inopinatamente di entrare in Ucraina. Lei, Franco Fracassi, giornalista, cittadino italiano eccetera dichiara di essere a conoscenza di essere “nemico del popolo ucraino”, e in quanto tale non benvenuto in Ucraina».

Membri di Svoboda
Membri di Svoboda, il principale partito neonazista ucraino. Molti dei componenti degli squadroni della morte provengono dalle sue fila.

Ero stato invitato a Odessa per le celebrazioni del primo anniversario della strage, oltre cento persone (il numero esatto non si conosce) massacrate e poi arse vive all’interno della Casa dei sindacati da parte di miliziani nazisti, criminali locali e poliziotti. Grazie ai miei tanti articoli d’inchiesta scritti sulla strage, ero stato l’unico giornalista internazionale prescelto per essere testimone di quella ricorrenza.

Invece, erano le 18.16 del primo maggio 2015. Ero stato formalmente accusato di uno strano reato ideologico e mi apprestavo a passare una notte in cella.

Un vero e proprio acquario. I muri delle pareti della cella erano sostituiti da vetrate. Mi sentivo un pesce in un acquario, insieme ad altri pesci che avevano le sembianze di una prostituta nigeriana, di due trafficanti daghestani, di tre immigrati illegali tagiki, di uno spacciatore turco. All’esterno dell’acquario dieci soldati armati di mitra.

Era una strana cella, nella quale ciascuno poteva tenere con sé i propri bagagli, cellulare compreso.

Due chiamate: la prima a mia moglie, la seconda alla persona che aveva organizzato il mio viaggio. «Mi hanno arrestato. Aiutatemi». Aveva avuto inizio una vera e propria danza fatta di telefonate internazionali, di colloqui con l’ambasciata italiana a Kiev, di tentativi di dialogo con i soldati che mi tenevano in custodia. La cosa più paradossale era proprio quest’ultima, perché tutte, ma proprio tutte le persone (ucraine) con cui ho avuto a che fare parlavano solo in russo, mai in ucraino.

Un’ora. Due ore. Tre ore. «Buona sera, sono l’addetto politico dell’ambasciata. Mi trovo all’aeroporto insieme al console. C’è un problema. Le autorità non ci fanno passare. Ci vietano di incontrarla, in barba a qualsiasi diritto internazionale. Il console è imbufalito».

Tre ore e mezza. «Buona sera. Non ci siamo dimenticati di lei. Ma qui stanno veramente facendo ostruzionismo».

Quattro ore. «Ancora nulla. Tenga duro».

Nel frattempo avevo anche vissuto l’esperienza surreale della toilette guardato a vista da un soldato armato di mitra mentre espletavo i miei bisogni, alla stregua di un qualunque noto criminale pronto a evadere.

Quattro ore e mezza. Dopo avermi toccato la spalla, uno dei soldati fece cenno di seguirlo, «con tutta la mia roba». Erano quasi le undici e l’aeroporto era chiuso. Non c’era più nessuno. Più nessun volo in attesa. Gran parte dei corridoi bui. L’unico luogo animato era l’acquario-prigione e le sue vicinanze.

Ucraina
Paramilitari del battaglione “Azov” in posa esibendo una bandiera nazista. Il battaglione raccoglie estremisti di destra provenienti da tutta Europa ed è stato integrato alle forze armate ucraine dal nuovo governo di Kiev.

Il soldato mi fece cenno di avvicinarmi a uno dei gabbiotti per il controllo passaporti e mi chiese il foglio di via, consegnandomi in cambio il passaporto sequestrato. Non una parola, non un cenno di scusa, non un’indicazione.

Improvvisamente era di nuovo un cittadino libero ed ero libero di entrare in Ucraina. Davanti a me un dedalo di corridoi, tutti rigorosamente bui. Per la prima volta nel corso di quella serata avevo paura.

La strada verso il portellone degli arrivi dell’aeroporto sembrava infinita. Corridoi bui, scale mobili non funzionanti, sale deserte. Non c’era più perfino l’addetto al controllo bagagli dell’immigrazione. Temevo che potesse sbucare qualcuno con un coltello e farmi fuori. Nessuno mi avrebbe difeso, nessuno avrebbe potuto testimoniare. Era un timore che in seguito scoprii non campato in aria.

Fuori non c’era nessuno ad attendermi. Il funzionario dell’ambasciata e il console sarebbero arrivati dopo poco, perché trattenuti dalle autorità ucraine.

Nell’ora seguente scopersi le seguenti cose: ero stato rilasciato grazie all’encomiabile lavoro svolto dall’ambasciatore e dal suo staff, l’ordine di rilascio era giunto direttamente dal ministro dell’Interno, ero stato sospettato di aver addirittura combattuto nel Donbass, il mio nome era stato inserito in una lista nera.

Avete presente l’America Latina degli squadroni della morte. Ecco l’Ucraina oggi. Chi dissente, chi contesta, chi prova a raccontare la verità su ciò che sta accadendo è nemico del popolo ucraino, e in quanto tale da eliminare.

Ucraina franco fracassi
Gli squadroni della morte ucraini sono equipaggiati con armi made in Usa. Il Dipartimento di Stato si è difeso sostenendo di aver inviato le armi alle autorità ucraine, e che una volta giunte a destinazione una certa quantità è stata trafugata.

Sono venuto a sapere che la lista nera è stata stilata dagli squadroni della morte nazisti che imperversano da un anno nel Paese. Sono venuto a sapere che nella lista ci sono anche i nomi di mia moglie e di mio figlio. Sono venuto a sapere che la lista è stata consegnata al ministro dell’Interno Arsen Avakov, anche lui seguace dichiarato di Himmler. Sono venuto a sapere che la lista è stata presa in carico del ministero dell’Interno, ragione per la quale ero stato fermato al mio arrivo. Sono venuto a sapere che nella sola settimana precedente erano stati assassinati quattro giornalisti (anche non ucraini) nel silenzio generale delle autorità e dei media.

A quel punto ero un uomo libero in territorio ostile. Dovevo solo attendere la mattina successiva per salire sul primo volo per Odessa a proseguire il mio viaggio. Nessuna autorità avrebbe potuto fermarmi di nuovo. La lama di un coltello sì, avrebbe potuto.

La mattina successiva alle nove e mezza mi stavo imbarcando sul volo che sarebbe partito mezz’ora dopo per Roma. Non ne valeva la pena proseguire.


Franco Fracassi

Franco Fracassi è giornalista, scrittore e documentarista. Si è occupato di inchieste ed è stato inviato in tutto il mondo per raccontare alcuni dei principali eventi che hanno segnato la storia degli ultimi anni, ha seguito come inviato di guerra i principali conflitti: Croazia, Bosnia, Kosovo, Albania, Sri Lanka, Israele-Palestina, Angola, Iraq e Afghanistan. Fracassi ha anche partecipato a concorsi fotografici internazionali, quali il World Press Photo.

Franco Fracassi

Franco Fracassi è giornalista, scrittore e documentarista. Si è occupato di inchieste ed è stato inviato in tutto il mondo per raccontare alcuni dei principali eventi che hanno segnato la storia degli ultimi anni, ha seguito come inviato di guerra i principali conflitti: Croazia, Bosnia, Kosovo, Albania, Sri Lanka, Israele-Palestina, Angola, Iraq e Afghanistan. Fracassi ha anche partecipato a concorsi fotografici internazionali, quali il World Press Photo.

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